LA CURIOSITÀ È IL CONTRARIO DELL’IGNORANZA
«Non credere di sapere ciò che non sai.»
Forse abbiamo sempre guardato all'ignoranza dalla parte sbagliata. Ci hanno insegnato che per non essere ignoranti bisogna studiare, leggere, accumulare cultura, conoscere sempre più cose. Ed è certamente vero che la conoscenza ci permette di comprendere meglio il mondo. Ma c'è qualcosa che mi ha sempre fatto riflettere: è possibile sapere moltissimo e, nello stesso tempo, avere smesso di farsi domande. Una persona può aver letto centinaia di libri, possedere una grande cultura e avere una risposta pronta per ogni cosa. Ma proprio quella risposta può diventare il limite oltre il quale non riesce più a guardare. Socrate, nella Apologia raccontata da Platone, mette il problema in un altro modo: non è tanto importante sapere tutto, quanto non confondere ciò che crediamo di sapere con ciò che realmente sappiamo.
«Il vero segno dell'intelligenza non è la conoscenza, ma l'immaginazione.»
Mi interessa molto questa distinzione perché cultura e curiosità non sono necessariamente la stessa cosa. La cultura ci permette di sapere che cosa è stato già pensato, scoperto, scritto e sperimentato. La curiosità, invece, ci porta verso ciò che ancora non conosciamo. È quella cosa che ti fa fermare davanti a qualcosa e pensare: «Aspetta... ma perché?» È una domanda apparentemente semplice, ma può aprire un mondo. Leonardo, Michelangelo, Colombo e tanti altri uomini che hanno lasciato una traccia nella storia non possono essere ridotti semplicemente alla quantità di istruzione formale ricevuta. Quello che colpisce, osservando le loro vite, è anche la capacità di guardare il mondo e non considerarlo già spiegato. La curiosità non è quindi l'opposto della cultura: è ciò che impedisce alla cultura di diventare una conclusione definitiva.
«La cosa importante è non smettere di interrogarsi. La curiosità ha una sua ragione d'essere.»
Ed è proprio qui che secondo me comincia il problema della «verità in tasca». Quando pensiamo di aver finalmente capito come stanno le cose, succede qualcosa di molto umano: iniziamo a difendere quello che abbiamo capito. Non cerchiamo più soltanto ciò che è vero; cerchiamo ciò che conferma la nostra idea del vero. E questo può accadere a tutti. A chi crede in una religione, a chi non ci crede, a chi ha una posizione politica, a chi ne ha un'altra, a chi segue una teoria scientifica, a chi ne contesta un'altra. Persino una persona molto colta può cadere nella stessa trappola. Einstein, in una testimonianza pubblicata da Life nel 1955, insisteva proprio sull'importanza di non smettere di interrogarsi e collegava direttamente questa disposizione alla curiosità. La domanda, quindi, non è soltanto «Quanto conosco?», ma anche «Sono ancora disposto a mettere in discussione ciò che conosco?»
«Non c'è una strada che porta ad una verità. C'è solo un cammino esistenziale...»
È qui che il pensiero di Simeoni entra perfettamente nella riflessione. Se non esiste una strada che conduce a una verità definitiva, allora il conoscere non può essere semplicemente un accumulo di risposte. Diventa un percorso nel quale anche ciò che abbiamo imparato può, prima o poi, diventare qualcosa da rimettere in discussione. Simeoni parla della progressiva rimozione degli ostacoli e della necessità di «uccidere il nostro vecchio conoscere» per far nascere un nuovo modo di conoscere. E questa immagine mi sembra particolarmente potente: non dobbiamo necessariamente buttare via quello che abbiamo imparato; dobbiamo evitare che quello che abbiamo imparato diventi una prigione. Forse, allora, il contrario dell'ignoranza non è semplicemente la cultura. È quella curiosità che ci impedisce di sentirci arrivati. Perché quando una persona pensa di avere finalmente trovato la verità, può smettere di cercare. Quando invece continua a chiedersi «e se ci fosse ancora qualcosa che non vedo?», il cammino rimane aperto. E forse è proprio questo il punto: non sapere tutto, ma non smettere di voler vedere oltre.
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