CONTROBATTERE QUELLO CHE CI HANNO FATTO CREDERE
«Gli uomini sono turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose.»
— Epitteto — Manuale
Immaginiamo di essere alla vigilia di una gara di bodybuilding. Ci siamo allenati per mesi, conosciamo il nostro corpo, sappiamo quanto pesiamo e pensiamo di conoscere abbastanza bene anche le nostre possibilità. Poi, qualche giorno prima della gara, comincia a circolare una voce sul nostro principale avversario: è enorme, è in una forma straordinaria, pesa più di noi, è molto più definito e quest'anno sembra praticamente imbattibile. All'inizio potremmo sorridere e pensare che siano soltanto chiacchiere da palestra. Ma cosa succede se continuiamo ad ascoltarle? Forse cominciamo a guardare le fotografie dell'avversario in maniera diversa, il suo corpo ci sembra ancora più grande, i suoi muscoli ancora più impressionanti e, quasi senza accorgercene, il nostro fisico ci appare meno importante di quanto ci fosse sembrato fino al giorno prima. Non è cambiato il corpo dell'avversario e non è cambiato il nostro, ma è cambiato qualcosa nel modo in cui li stiamo guardando.
La psicologia della competizione conosce bene questo meccanismo. In una gara non si affrontano soltanto due corpi, due tecniche o due preparazioni: si affrontano anche due percezioni. Un pugile può provocare il proprio avversario, raccontargli quanto sia forte, fargli credere di essere più veloce di lui, cercare di insinuargli il dubbio che non riuscirà a reggere i suoi colpi. Nel bodybuilding la dimensione psicologica della competizione è stata resa particolarmente evidente anche dalla figura di Arnold Schwarzenegger e dal modo in cui il confronto tra gli atleti veniva raccontato in Pumping Iron. Il punto non è stabilire quanto ogni provocazione o ogni episodio rappresentato corrisponda esattamente alla realtà, ma osservare il meccanismo: se riesco a modificare quello che pensi di me, posso modificare anche il modo in cui affronti me. E se riesco a convincerti che tu sei meno forte di quanto realmente sei, potresti cominciare a comportarti come se fosse vero.
A questo punto la competizione diventa improvvisamente qualcosa che conosciamo tutti. Perché nella vita quotidiana facciamo continuamente la stessa cosa, anche se non ci troviamo su un ring o sopra un palco. Qualcuno ci dice che una persona non ci sopporta e, quando quella persona ci risponde in maniera fredda, pensiamo immediatamente che sia la conferma di ciò che ci era stato detto. Qualcuno ci convince che non siamo portati per una certa attività e, quando commettiamo un errore, quell'errore diventa la prova che aveva ragione. Qualcuno ci racconta che una situazione finirà male e, quando arriva la prima difficoltà, pensiamo: «Lo sapevo». A quel punto non stiamo più semplicemente osservando ciò che accade: stiamo osservando ciò che accade attraverso una storia che qualcun altro ci ha già raccontato.
Ed è qui che il meccanismo diventa ancora più interessante, perché dopo un po' non abbiamo più bisogno che quella persona continui a parlare. La sua voce può essere diventata la nostra. La frase «non sei abbastanza bravo» può essere stata pronunciata anni fa, ma possiamo continuare a ripetercela mentalmente ogni volta che qualcosa non va come vorremmo. «Quella persona prima o poi ti farà del male» può essere diventata una lente attraverso la quale interpretiamo ogni suo comportamento. «Questa cosa finirà male» può trasformarsi in un'attesa continua del momento in cui qualcosa andrà storto. L'argomentazione è partita dall'esterno, ma lentamente si è trasferita dentro di noi.
E quando un pensiero diventa una sensazione, tutto può diventare ancora più convincente. Possiamo anche dirci razionalmente che forse stiamo esagerando, che magari abbiamo interpretato male una situazione, che forse quella persona non voleva dire ciò che abbiamo pensato. Eppure dentro rimane quella sensazione: una certa inquietudine, una diffidenza, una paura, una tensione che sembra dirci che c'è qualcosa che non va. Ma una sensazione, per quanto reale, non è automaticamente una prova. Posso sentire che qualcosa andrà male senza che questo significhi che andrà davvero male; posso sentirmi giudicato senza sapere cosa stia realmente pensando l'altra persona. Posso avere una sensazione e, invece di trasformarla immediatamente in una certezza, posso semplicemente osservare cosa succede.
È proprio qui che il verbo controbattere acquista un significato più profondo. Controbattere un'argomentazione non significa necessariamente dimostrare che chi parla abbia torto; significa metterla alla prova. Se qualcuno mi dice che il mio avversario è imbattibile, posso verificare. Se qualcuno mi dice che non sono capace, posso provare. Se qualcuno mi racconta come sarà il mio futuro, posso aspettare che il futuro arrivi invece di cercare continuamente conferme di quella previsione. E posso fare la stessa cosa con ciò che mi dico da solo. Quando nella mia testa compare il pensiero «questa cosa finirà sicuramente male», posso fermarmi e chiedermi: «Su cosa si basa questa certezza?». Oppure posso farmi una domanda ancora più semplice: «Se nessuno mi avesse detto che sarebbe successo, io lo vedrei comunque in questo modo?»
Non è una domanda che ci obbliga a pensare il contrario. Non ci dice che la nostra paura è stupida, che la nostra sensazione è falsa o che ciò che ci è stato detto sia necessariamente una menzogna. Ci chiede soltanto di fare una distinzione: una cosa è ciò che sta accadendo, un'altra è il significato che qualcuno ci ha dato di ciò che sta accadendo. E forse è proprio questa la funzione di Controbattere: non sostituire una certezza con un'altra, non imparare semplicemente a dire «non ci credo», ma imparare a mettere alla prova quello che ci viene raccontato prima di trasformarlo nella nostra realtà.
Perché una frase può arrivare da un avversario, da una persona che amiamo, da un'autorità, da una notizia, da qualcuno che pretende di conoscere il nostro futuro oppure da qualcuno che pensa di conoscere noi meglio di quanto conosciamo noi stessi. Può entrare nella nostra testa, modificare le nostre aspettative e, lentamente, diventare il modo con cui interpretiamo ciò che ci accade. E quando quella voce diventa la nostra, forse è proprio lì che abbiamo più bisogno di controbattere. Non necessariamente per darle torto, ma per non permetterle di decidere al posto nostro ciò che vediamo, ciò che siamo e ciò che possiamo fare. Possiamo allora chiederci: «Se nessuno mi avesse detto che sarebbe successo, io lo vedrei comunque in questo modo?» E a quel punto non dobbiamo né crederle né combatterla a parole: possiamo metterla alla prova. Come un atleta che non si lascia intimidire da ciò che l'avversario vuole fargli credere, possiamo verificare con i fatti se quella storia regge davvero. Non subire la previsione. Non farti intimidire dall'argomentazione. Controbatti.
«Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza.»
— Jorge Luis Borges — Altre inquisizioni
CONTROBATTERE
Riflessioni oltre il pensiero comune
Beyond Conventional Thinking
controbattere.com | @controbattere_official
✦ Nota: Alcuni link presenti nell’articolo sono link di affiliazione Amazon. Se effettui un acquisto tramite questi link, riceveremo una piccola commissione (senza costi aggiuntivi per te). Grazie per sostenere Controbattere – Oltre il Pensare e la diffusione della conoscenza libera.
---
Tutti i contenuti di questo sito sono opere originali.
È vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso scritto dell'autore.
