Quando il Cambiamento Peggiora
La trappola invisibile delle modifiche che promettono salvezza
“Il problema non è ciò che cambia.
È ciò che resta intatto mentre tutto sembra cambiare.”
C’è una parola che attraversa ogni epoca come una moneta consumata: cambiamento.
Non importa il contesto. Politico, economico, culturale, personale.
Ogni volta che qualcosa scricchiola, quella parola viene gettata sul tavolo come una soluzione automatica, quasi fosse neutra, quasi fosse buona in sé.
Eppure il cambiamento, preso così, non significa nulla.
Non indica una direzione.
Non specifica una struttura.
Non espone un costo.
È una parola vuota che funziona solo perché viene pronunciata nel momento esatto in cui le persone hanno smesso di capire cosa sta realmente accadendo.
Il paradosso della modifica
Quando togliendo una legge non togli la struttura
C’è un equivoco profondo che attraversa il modo in cui le società leggono le trasformazioni: si confonde la rimozione di una forma con la distruzione di un meccanismo.
Ma i meccanismi non funzionano così.
Una legge può essere tolta.
Una norma può essere riscritta.
Un nome può sparire dai titoli.
La struttura che rendeva quella legge inevitabile, invece, resta intatta.
E quando resta intatta, si riorganizza.
È un principio centrale del pensiero sistemico descritto da Donella H. Meadows in Thinking in Systems: nei sistemi complessi, la modifica di una regola o di una legge non altera il sistema se restano invariati i flussi, gli incentivi e i meccanismi di retroazione che lo sostengono.
Non torna indietro.
Non si indebolisce.
Si adatta.
Il risultato è sempre lo stesso: la promessa di liberazione produce un effetto opposto.
Il sistema diventa più efficiente.
Più opaco.
Più difficile da nominare.
Redistribuire senza dirlo
Quando la ricchezza diventa silenziosa
Ogni sistema in crisi cerca risorse.
E le cerca dove non producono attrito.
Non dove c’è forza.
Non dove c’è visibilità.
Ma dove c’è stabilità passiva.
Esistono bacini di ricchezza che non urlano, non marciano, non minacciano.
Ricchezze già accumulate, già tassate, già interiorizzate come “normali”.
Quando un sistema parla di sostenibilità, spesso sta parlando di questo:
di come spostare peso senza dichiararlo.
Non è un’operazione violenta.
È un’operazione amministrativa.
Proprio per questo funziona.
La promessa come anestetico
Perché “poi staremo meglio” funziona sempre
La promessa non serve a migliorare il futuro.
Serve a neutralizzare il presente.
Quando una persona accetta una promessa vaga, smette di osservare ciò che sta accadendo ora.
Sospende il giudizio.
Congela il conflitto.
La promessa è una narrazione a credito:
ti chiede di pagare oggi con fiducia qualcosa che, forse, arriverà domani.
Ma il sistema non lavora sul domani.
Lavora sul frattempo.
Ed è nel frattempo che le condizioni cambiano davvero.
Chiedere “come” è un atto sovversivo
La domanda che spezza l’incantesimo
C’è una domanda che manda in crisi qualsiasi promessa strutturalmente ambigua:
Come?
Non “perché”.
Non “con quali valori”.
Ma: con quali passaggi concreti, con quali conseguenze, su chi ricadrà il peso.
Il “come” è una domanda insopportabile perché costringe il sistema a mostrarsi.
A uscire dalla narrazione.
A entrare nella meccanica.
Per questo viene evitata.
Derisa.
Accusata di essere “polemica”, “negativa”, “controproducente”.
In realtà è l’unica domanda che separa chi subisce da chi vede.
Il presente come campo di battaglia
Non il futuro, non il passato: adesso
Il danno più grande di queste dinamiche non è nel lungo periodo.
È immediato.
Ogni modifica strutturale che peggiora le condizioni di vita lo fa ora, non domani.
David Graeber, in Bullshit Jobs, mostra come molti cambiamenti organizzativi producano immediatamente più complessità, più procedure e più occupazione apparente, peggiorando nel presente la qualità della vita mentre vengono raccontati come progresso.
Il futuro serve solo a giustificare il sacrificio presente.
In The Shock Doctrine, Naomi Klein descrive questa dinamica come un modello ricorrente: la promessa di un domani migliore non serve a costruire il futuro, ma a sospendere il giudizio sul presente, mentre le condizioni reali vengono modificate senza opposizione.
Ma il presente è l’unico luogo in cui una persona esiste davvero.
Tutto il resto è astrazione.
Quando una struttura peggiora il presente, non sta preparando il futuro.
Sta consumando ciò che è già stato costruito.
Quando una cosa smette di richiedere risposta
C’è un momento preciso in cui una struttura perde potere.
Non quando viene smascherata.
Non quando viene combattuta.
Ma quando smette di richiedere una risposta.
Finché qualcosa ti chiede di intervenire, spiegare, correggere o reagire,
sta ancora operando.
Quando invece diventa non operativa,
non perché risolta ma perché irrilevante,
il sistema smette di usarla.
È in quel punto che il cambiamento vero accade.
Senza annunci.
Senza promesse.
Una legge narrativa che non riguarda la politica
Funziona ovunque
Questa dinamica non è politica.
È strutturale.
Accade nelle aziende.
Accade nelle relazioni.
Accade nei percorsi personali.
Ogni volta che qualcuno dice:
“Cambiamo qualcosa, poi vedrai…”
…senza mostrare il meccanismo,
senza esporre il costo,
senza dichiarare chi perderà qualcosa,
sta accadendo la stessa identica cosa.
Il linguaggio diventa un velo.
La promessa diventa uno scudo.
Il cambiamento diventa una sottrazione.
Il punto in cui Controbattere lavora
Prima che la storia venga raccontata
Qui non interessa dire chi ha torto.
Non interessa indicare colpevoli.
Non interessa proporre alternative.
Qui interessa rendere visibile la struttura prima che produca la sua inevitabilità.
Perché quando l’effetto è visibile, è già troppo tardi.
La storia è già partita.
Il danno è già stato normalizzato.
In Seeing Like a State, dr. James C. Scott mostra come i sistemi inizino a produrre danno proprio quando ciò che accade viene reso leggibile solo come effetto finale: a quel punto non è più una decisione da discutere, ma una conseguenza da amministrare.
Controbattere lavora un passo prima.
Nel punto in cui il linguaggio comincia a coprire la meccanica.
Nel punto in cui il cambiamento viene usato come anestetico.
Nel punto in cui il presente inizia a peggiorare senza che nessuno lo chiami per nome.
Rifletti
Non tutto ciò che cambia migliora. Ma tutto ciò che peggiora era stato promesso come miglioramento.
Questa non è una denuncia.
Non è un avvertimento.
Non è un invito all’azione.
È una struttura resa visibile.
E una volta vista,
non può più essere non vista.
“Una struttura perde potere quando smette di richiedere risposta.
Tutto il resto è solo rumore che chiede attenzione.”
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