Quando il Mondo non è Come Vuoi
Il problema non è che il mondo non obbedisce.
È che non sempre siamo progettati per reggere ciò che accade.
Se mi stai facendo una domanda, è probabilmente questa — anche se non l’hai formulata così:
“Perché il mondo non funziona come dovrebbe?”
Te lo dico subito, senza girarci intorno:
non è una domanda sul mondo.
È una domanda su come stai tu quando il mondo non ti obbedisce.
E da qui comincia tutto.
La posizione comoda da cui partiamo
Quando guardi un dibattito in TV, leggi un’analisi politica, ascolti un esperto che smonta le semplificazioni mediatiche, è facile sentirsi dalla parte giusta.
Lucido. Razionale. “Meno ingenuo degli altri”.
In quella posizione non stai sbagliando.
Ma non stai cambiando nulla.
Stai osservando il mondo come se il problema fosse fuori:
i giornalisti, i politici, le ideologie, le masse, il sistema.
È una posizione elegante.
E completamente sterile.
Quando manca una struttura interiore, l’uomo pretende che sia il mondo a dargliene una.
— Rivolta contro il mondo moderno, Julius Evola
Il punto che di solito non vuoi guardare
Lascia che ti faccia una domanda più scomoda.
Quando una realtà complessa ti infastidisce — una guerra, un regime, un popolo che non si comporta come “dovrebbe” — sei sicuro che il problema sia ciò che vedi?
O è il fatto che hai bisogno che il mondo sia semplice per sentirti a posto?
Perché qui succede qualcosa di preciso:
non stai più giudicando una realtà.
Stai difendendo un assetto interno.
La legittimità come rifugio
Molti discorsi intelligenti ti spiegano che il mondo non funziona secondo un unico criterio.
Che la legittimità cambia da cultura a cultura.
Che applicare sempre la stessa griglia è ideologia.
Fin qui tutto chiaro.
Ma fermarsi qui è un errore sottile.
Perché puoi capire tutto questo
senza muoverti di un millimetro dentro.
Puoi continuare a dire:
“Io ho capito. Gli altri no.
E a volte mi sorprendo a provare vergogna di essere italiano.”
E restare identico.
Capire tutto non significa vivere: spesso significa restare spettatori.
— La società dello spettacolo, Guy Debord
Qui avviene la rottura
Adesso fermati un attimo.
Se una realtà ti fa rabbia, paura, disgusto o bisogno immediato di schierarti, prova a non spiegarla.
Prova a sentire cosa fa in te.
Perché c’è una verità che raramente viene detta così:
Quando una realtà ti disturba, spesso non è perché è falsa.
È perché il tuo modo di stare al mondo non è progettato per reggerla.
Questo è il punto in cui non puoi più continuare a leggere come prima.
Il passaggio che cambia tutto
A questo punto, la domanda non è più:
“Chi ha ragione?”
La domanda diventa:
“Chi sono io quando il mondo non è come voglio?”
Ed è qui che emerge la frase che non piace a nessuno, perché non offre scappatoie:
Se non è come vuoi, allora qualcosa in te è progettato per non esserlo.
Non è una colpa.
Non è un’accusa.
È una constatazione strutturale.
Rifiutare il mondo senza reggerne le conseguenze non è rivolta, è fuga.
— L'uomo in rivolta, Albert Camus
Responsabilità non significa controllo
Forse ora stai pensando:
“Quindi devo cambiare me stesso per accettare tutto?”
No.
E questa è una distinzione fondamentale.
Non si tratta di adattarti al mondo.
Si tratta di smettere di funzionare a caso.
C’è una differenza enorme tra:
-
subire la realtà
-
pretendere che la realtà ti rassicuri
-
essere progettato per reggerla
La maggior parte delle persone vive oscillando tra le prime due.
La terza è rara.
Ed è l’unica che trasforma.
Non è il mondo che ti manca. È tenuta interna.
Quando si parla di “progettare l’interiorità”, molti sentono una promessa:
“Starai meglio. Otterrai ciò che vuoi.”
È una truffa semantica.
Progettare la tua interiorità non serve a farti vincere.
Serve a non collassare quando le cose non vanno come avevi immaginato.
Serve a questo:
-
non reagire automaticamente
-
non cercare sempre un colpevole
-
non aver bisogno di un mondo semplificato per sentirti legittimo
È molto meno consolante.
Ed è infinitamente più reale.
Perché scriviamo (e perché stai leggendo)
Se stai leggendo fino a qui, probabilmente non vuoi più solo capire.
Vuoi spostarti.
E allora la domanda finale non è sul mondo, né sulla politica, né sugli esperti.
È questa:
Se domani il mondo restasse esattamente com’è,
io sarei progettato per starci dentro in modo diverso — sì o no?
Se la risposta è no,
nessun articolo, nessuna analisi, nessuna indignazione ti servirà.
Se la risposta è sì,
allora qualcosa ha già iniziato a muoversi.
La realtà non va interpretata: va affrontata con presenza.
— La stregoneria raccontata dagli stregoni, Claudio Simeoni
L’unica cosa che conta
Scrivere, leggere, pensare ha senso solo se cambia la tua posizione.
Non le tue opinioni.
La tua postura interiore.
Se non esiste questa trasformazione,
allora il mondo “sbagliato” è solo una scusa elegante per non guardare dove sei progettato male.
E ora la domanda torna a te, semplice, presente, senza retorica:
Quando il mondo non è come voglio, io resto presente o cerco un colpevole?
Da qui in poi, qualunque risposta sarà vera.
Ma non potrai più fingere di non averla sentita.
Capire il mondo non basta.
Se non cambia il tuo assetto quando accade,
continuerai a chiedergli di essere diverso.
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