Trombe in TV, Microscopi in Silenzio

Tra Trombe e Microscopi: il Telegiornale e la Verità che Non Sappiamo

Accendi il telegiornale e sembra di entrare in un mercato del caos:
Ucraina bombardata, Israele e Palestina in eterno conflitto, sommergibili USA davanti al Venezuela, strade vuote e buie a Cuba.
Ogni notizia è come una pietra lanciata nello stagno, e tu rimani lì a guardare le onde senza mai vedere chi l’ha scagliata davvero.

Il problema non è solo capire i fatti, ma da che posizione ci vengono raccontati.
È qui che nasce il dilemma: ci stanno informando o ci stanno guidando?

Il telegiornale come tromba

Il telegiornale è come una tromba suonata da un politico: deve farsi sentire da tutti, deve scuotere, deve dare un’impressione netta e immediata.
Trump che definisce Maduro un narcotrafficante e manda navi in mare non ci parla con le prove in mano, ma con la forza della tromba: accuse gridate per giustificare mosse geopolitiche.
Non importa se le note sono stonate: l’obiettivo è risuonare forte, convincere che la direzione sia giusta.

Il silenzio del microscopio

Eppure, nel mondo reale, ci sono figure come Nicola Gratteri che non dicono nulla su Maduro. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché il magistrato parla solo quando ha prove concrete.
Il microscopio non emette suoni: rivela dettagli minuscoli, intercettazioni, processi, nomi incisi su documenti giudiziari. Chi ha letto libri come “Oro bianco” o La Giustizia è Una Cosa Seria” di Nicola Gratteri lo sa: il suo linguaggio è secco, documentato, costruito su inchieste.
E allora nasce il contrasto: se il politico accusa e il magistrato tace, dove sta la verità?

Tra trombe e microscopi

Forse la verità non è né nel suono fragoroso della tromba né nel silenzio paziente del microscopio.
Forse sta in mezzo, in quello spazio dove noi spettatori cerchiamo di non cadere nell’ingenuità del credere subito, né nel cinismo del non credere mai.
È un cammino scomodo, che chiede di non fermarsi alla prima immagine di un sommergibile in tv o di una strada cubana deserta, ma di chiedersi: chi ha scelto queste immagini? chi ci guadagna a raccontarle così?

Un invito al lettore

La verità che ci manca non è un pacchetto pronto consegnato dal telegiornale.
È un processo personale di osservazione critica, di apertura al dubbio, di ascolto delle risonanze interiori.
Possiamo farlo con una domanda semplice:

 “Quello che sento mi informa o mi dirige?”

Non ci serve diventare esperti di geopolitica. Ci serve allenare lo sguardo: distinguere tra il rumore della tromba e il silenzio del microscopio, e scegliere ogni volta di non essere spettatori passivi, ma pensatori che osservano oltre lo schermo.

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