Il Riflesso del Potere
Il disagio non è un’anomalia individuale.
È il segnale che un ambiente sta funzionando esattamente come è stato costruito.
C’è un dato che, preso da solo, sembra solo un numero.
Un dato che può essere usato per fare allarmismo, per vendere soluzioni, per giustificare nuove narrazioni terapeutiche.
Secondo la Repubblica,
il 74% degli italiani ha avuto a che fare con una forma di disagio psicologico.
Letto così, il dato sembra dire qualcosa sulle persone.
Ma se lo si guarda davvero, dice molto di più sull’ambiente.
Quando il disagio smette di essere un’eccezione
In una società sana, il disagio è un segnale.
Un campanello d’allarme che indica una frattura, un trauma, un evento.
Ma quando il disagio riguarda tre persone su quattro, non è più un segnale.
È lo sfondo.
Non indica qualcosa che non funziona in alcuni.
Indica che il sistema funziona così.
Il problema, allora, non è “perché le persone stanno male”.
La domanda reale è un’altra:
che tipo di ambiente produce sistematicamente questo stato?
L’errore più comune: leggere il dato come psicologia individuale
Il modo più facile – e più inutile – di leggere quel 74%
è trasformarlo in una somma di fragilità personali.
Ansia.
Stress.
Depressione.
Burnout.
Parole che descrivono effetti, non cause.
Questo scarto tra effetti e cause non riguarda solo la sfera emotiva.
Riguarda anche la capacità di decodificare il senso di ciò che accade.
Già più di dieci anni fa, il linguista Tullio De Mauro osservava che oltre il 70% della popolazione italiana si colloca sotto la soglia minima di comprensione di un testo scritto di difficoltà media.
Non si tratta di un giudizio sulle persone, ma di un dato strutturale: una difficoltà diffusa nel leggere, interpretare e tenere insieme significati complessi.
Questo non produce ignoranza.
Produce dipendenza dal contesto.
Questo tipo di lettura ha un vantaggio enorme:
non mette in discussione nulla.
Il contesto resta intatto.
La struttura resta invisibile.
Il sistema continua a funzionare indisturbato.
Quando l’ambiente diventa psichico
Un ambiente non è fatto solo di leggi o di economia.
È fatto di abitudini emotive, di normalizzazioni, di aspettative non dette.
-
cosa è lecito desiderare
-
cosa è pericoloso dire
-
cosa conviene non vedere
-
cosa va delegato
Quando per anni un contesto:
-
premia l’obbedienza più della competenza
-
sostituisce il senso con l’identità
-
trasforma la paura in collante sociale
-
chiama “ordine” la rinuncia al conflitto
non produce cittadini consapevoli.
Produce adattamenti.
Ed è qui che il disagio smette di essere patologico
e diventa funzionale.
Il punto che molti evitano: il riflesso politico
In questo quadro, la politica non arriva dall’esterno.
Non irrompe come un corpo estraneo.
La politica emerge.
Le persone non scelgono il contrario di sé stesse.
Scelgono ciò che è psicologicamente congruente con l’ambiente che abitano.
Non perché siano stupide.
Non perché siano manipolate.
Ma perché riconoscono.
Riconoscono un linguaggio.
Riconoscono una postura.
Riconoscono una promessa implicita di continuità.
Il leader non crea quel terreno.
Lo incarna.
Quando il potere diventa ambientale
È in questo passaggio che accade qualcosa di più profondo.
Quando un potere mafioso-ideologico prende il controllo stabile della politica,
non lo fa solo con la corruzione o con la forza.
Lo fa rendendo normale:
-
la dipendenza
-
la delega
-
la semplificazione emotiva
-
l’assenza di responsabilità diffusa
A quel punto il potere smette di essere solo politico.
Diventa ambientale.
E quando questo accade, succede una cosa che spesso viene ignorata:
quel potere diventa incompatibile persino con il capitalismo
che lo ha generato o tollerato.
Non per ragioni morali.
Ma per una legge strutturale.
Il paradosso che pochi vogliono vedere
Il capitalismo, per funzionare, ha bisogno di:
-
competenza reale
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previsione
-
rischio
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innovazione
-
fiducia operativa
Un potere fondato su paura, rendita e obbedienza
produce l’esatto contrario:
-
immobilismo
-
simulazione
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corto-termismo
-
consumo senza creazione
Il sistema inizia a divorare sé stesso.
Non perché “cattivo”.
Ma perché incoerente con le proprie condizioni di possibilità.
Il 74% non è una colpa. È un sintomo
Tornando al dato iniziale, de La Reppublica, il punto diventa chiaro.
Quel 74% non è:
-
una diagnosi clinica
-
una condanna morale
-
una debolezza individuale
Dice che viviamo in un contesto che:
-
produce adattamenti dolorosi
-
normalizza la sofferenza
-
trasforma il disagio in requisito di funzionamento
E poi si sorprende se la politica che emerge
è perfettamente coerente con tutto questo.
Perché Controbattere lavora qui
Controbattere non prende posizione contro le persone.
Non costruisce colpevoli.
Non propone soluzioni.
Rende visibile una struttura che normalmente resta implicita.
Qui il disagio non è un problema da risolvere.
È una chiave di lettura.
Qui la politica non è uno scandalo.
È un riflesso.
E finché si continuerà a parlare di salute mentale
senza guardare l’ambiente che la modella,
quel 74% non diminuirà.
Cambierà solo il modo di raccontarlo.
Controbattere – Oltre il Pensare
lavora dove le cose non esistono ancora,
ma stanno per diventare inevitabili.
Qui non si producono storie.
Si rendono leggibili le condizioni
per cui certe storie non possono che accadere.
Quando il potere diventa ambientale,
non governa più le persone:
governa ciò che esse considerano normale.
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