Quando l’Anno Inizia Davvero

Quando l’Anno Inizia Davvero

“Un inizio non è ciò che dichiari.
È ciò che inizia a chiederti conseguenze.”

Uno sguardo sistemico sul primo gennaio

Il primo gennaio viene chiamato “inizio”.
Ma un sistema non inizia perché lo dice un calendario.

Inizia quando riprende a funzionare.

Questo non è un articolo sugli auguri.
Non è un attacco alle tradizioni.
Non è una riflessione morale.

È una lettura strutturale di ciò che accade ogni anno, nello stesso punto, con la stessa precisione di un meccanismo ben oliato.

Uno scienziato dei sistemi non osserva le intenzioni.
Osserva le ricorrenze.

Come mostra Thinking in Systems di Donella H. Meadows, i sistemi non rispondono a ciò che viene dichiarato, ma alle strutture che si ripetono nel tempo.

Il calendario non misura il tempo, lo organizza

In The Social Construction of Reality, Peter L. Berger e Thomas Luckmann mostrano come le strutture simboliche non descrivano la realtà, ma ne rendano possibile la continuità condivisa.

Il calendario non serve a raccontare il tempo.
Serve a disporlo.

Divide.
Isola.
Concentra.

Il primo gennaio non è un evento naturale.
È una soglia artificiale che produce un effetto molto preciso:
separa l’esperienza dalla continuità.

Per alcuni giorni la realtà rallenta.
Il lavoro si sospende.
Le richieste si abbassano.

Il sistema crea una zona protetta,
un’area a carico ridotto.

Ed è in questa zona che nasce l’idea di “nuovo inizio”.

Quando tutto sembra possibile perché nulla è richiesto

Dal punto di vista sistemico, il primo gennaio è un momento ideale:

  • le conseguenze sono rimandate

  • le decisioni non sono ancora operative

  • le strutture non hanno ripreso peso

È il punto in cui la possibilità sembra infinita
proprio perché non è ancora sottoposta alla realtà.

La dinamica è coerente con quanto descritto da John H. Holland in Complex Adaptive Systems, dove le fasi a carico ridotto permettono al sistema di riassestarsi senza produrre cambiamento reale.

Non c’è inganno.
C’è funzionamento.

Il sistema non promette cambiamento.
Promette una pausa dalla verifica.

Gli auguri come segnale di sospensione

Gli auguri non sono messaggi personali quando vengono ripetuti da milioni di persone nello stesso istante.

Diventano segnali.

Servono a marcare un passaggio simbolico:

  • da ciò che è stato

  • a ciò che non è ancora iniziato

In termini sistemici, non producono effetti.
Producono allineamento.

Rendono condivisa una sensazione:
“adesso non si misura nulla”.

E un sistema che sospende la misura sospende anche la responsabilità.

L’anno reale non coincide con l’anno simbolico

C’è una differenza netta tra:

  • l’anno che viene nominato

  • l’anno che viene vissuto

Il primo vive di parole, desideri, proiezioni.
Il secondo vive di attrito, ripetizione, adattamento.

Il sistema lo sa.

Per questo concentra il linguaggio positivo prima che l’anno reale inizi davvero.

Quando le feste finiscono,
quando il calendario smette di proteggere,
quando le strutture tornano a chiedere risposta,
gli auguri hanno già esaurito la loro funzione.

La positività come stabilizzatore

Dal punto di vista dei sistemi complessi, la positività non è un valore morale.
È una forza di stabilizzazione.

Serve a:

  • ridurre la tensione

  • evitare rotture

  • mantenere la continuità

Non elimina i problemi.
Li sposta più avanti.

E questo spostamento è essenziale affinché il sistema resti leggibile, gestibile, prevedibile.

Quando l’aiuto diventa una funzione del sistema

Ogni fine anno porta con sé un aumento della visibilità del bisogno.

Non perché il bisogno nasca in quel periodo.
Ma perché il sistema ha bisogno di rappresentarlo.

La rappresentazione:

  • attiva l’emozione

  • convoglia l’azione

  • chiude il ciclo

L’aiuto mediato, organizzato, istituzionalizzato non è inefficace.
È estremamente efficace nel non cambiare la struttura.

Amministra.
Regola.
Distribuisce.

E così facendo, conserva.

La distanza come requisito di funzionamento

Un sistema stabile non può permettere un contatto diretto su larga scala.
Ha bisogno di mediazioni.

La distanza protegge:

  • chi dà

  • chi riceve

  • la struttura che connette

Quando l’azione passa attraverso canali formali,
il sistema rimane intatto.

Come analizza James C. Scott in Seeing Like a State, la mediazione non serve a trasformare, ma a mantenere leggibile e prevedibile la struttura che governa l’azione.

Quando passa direttamente,
il sistema viene messo in discussione.

Non perché sia “sbagliato”.
Ma perché diventa imprevedibile.

Il primo gennaio come punto di equilibrio

Il primo gennaio non è un inizio.
È un punto di equilibrio temporaneo.

Serve a:

  • riassorbire tensioni

  • riallineare le narrazioni

  • ripristinare la continuità

Dopo, il sistema riparte.
Con le stesse regole.
Con le stesse richieste.
Con la stessa capacità di assorbire ciò che non è stato risolto.

Uno sguardo che non giudica

Questa lettura non accusa nessuno.
Non chiede di fare diversamente.
Non propone alternative.

Si limita a rendere visibile una cosa:

ciò che chiamiamo “inizio”
è spesso il momento in cui il sistema si prepara a continuare

E continuare è la sua funzione principale.

Quando un inizio smette di essere simbolico

Un vero inizio non ha bisogno di data.
Ha bisogno di conseguenze.

Non nasce quando viene dichiarato.
Nasce quando qualcosa diventa inevitabile.

Il primo gennaio, allora, non è un traguardo.
È una soglia che mostra quanto siamo disposti a confondere il linguaggio con la realtà.

E osservare questa confusione, senza correggerla,
è già un modo per vedere più chiaramente come funzionano le cose.

“Il calendario può segnare un nuovo anno.
Ma è solo quando la realtà riprende peso
che si scopre se qualcosa è davvero iniziato.”

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