Il Potere Non Chiede il Vero
“Il potere non ha bisogno di avere ragione.
Ha solo bisogno di decidere chi ha torto.”
Il paradosso che non chiede soluzione
“Se le donne hanno sempre ragione
e gli uomini hanno sempre torto…
se un uomo dice a una donna che ha ragione,
sta avendo torto o ragione?”
Questa frase non è una battuta.
Non è ironia.
Non è neppure una domanda.
È una struttura logica chiusa.
Funziona perché assegna le posizioni prima che il confronto esista.
Non importa cosa venga detto.
Conta solo da dove viene detto.
La struttura che precede il contenuto
In ogni sistema che pretende di spiegare il mondo, esiste una distinzione primaria:
-
chi può parlare senza dimostrare
-
chi deve spiegarsi anche quando tace
Il linguaggio di “ragione” e “torto” non serve a stabilire il vero.
Serve a organizzare i ruoli.
C’è un precedente storico che rende questa struttura immediatamente leggibile.
Il cristianesimo non ha mai fondato la propria autorità sulla dimostrazione.
Non ha mai detto:
“Questo è vero perché…”
Ha sempre funzionato dicendo:
“Questo è vero perché lo diciamo noi.”
La verità non veniva verificata.
Veniva dichiarata.
Chi parlava non doveva provare nulla.
Chi ascoltava doveva riconoscersi nel torto prima ancora di rispondere.
Il peccato precede l’atto.
La colpa precede la parola.
La posizione è assegnata prima del confronto.
In questo schema, il vero non è una questione di realtà.
È una questione di legittimazione.
Chi occupa la posizione superiore definisce ciò che è giusto.
Chi sta sotto può solo spiegarsi, pentirsi o tacere.
Non è una dinamica religiosa.
È una grammatica di potere.
Una volta assegnati, i ruoli non hanno bisogno di argomenti.
Si auto-confermano.
Michel Foucault mostra in Sorvegliare e punire che il potere moderno non ha bisogno di dimostrare la verità: gli basta definire ciò che è deviante, anormale o colpevole, costringendo chi occupa quella posizione a spiegarsi senza mai poter invertire il ruolo.
Il gioco che non può essere vinto
Dentro questa struttura, ogni mossa è prevista:
-
se provi ad avere ragione, confermi il torto
-
se ti giustifichi, rafforzi la posizione assegnata
-
se contesti la regola, dimostri di non averla capita
Il sistema non reagisce a ciò che dici.
Reagisce al fatto che tu stia ancora giocando.
L’atto che il sistema non prevede
Il paradosso emerge quando accade qualcosa di anomalo:
l’uomo dice:
“hai ragione”
non per cedere,
non per chiudere,
non per ottenere pace.
Lo dice senza chiedere nulla dopo.
In quel momento la struttura perde attrito.
Non trova più opposizione.
Non trova più appiglio.
Non perché abbia vinto qualcuno.
Ma perché il gioco non viene più alimentato.
Dal dialogo privato alla grammatica del potere
Questa dinamica non appartiene alle relazioni personali.
È una legge di scala.
La stessa struttura governa:
-
il diritto
-
la diplomazia
-
la narrazione geopolitica
-
l’idea di pericolo globale
Cambia il linguaggio.
Non cambia il meccanismo.
Quando il pericolo diventa posizione
Ogni volta che compare una frase come:
“il mondo è in pericolo”
non viene descritto un evento.
Viene dichiarato uno stato permanente.
Il pericolo non serve a informare.
Serve a legittimare.
Guy Debord, in La società dello spettacolo, descrive un sistema in cui i fatti contano meno della loro messa in scena: il potere non reagisce agli eventi, ma produce narrazioni che trasformano una posizione in una colpa e una dichiarazione in una necessità d’intervento.
Chi definisce il pericolo:
-
non deve dimostrare
-
non deve spiegarsi
-
non deve negoziare
Chi viene definito “pericoloso”:
-
deve giustificarsi
-
deve correggersi
-
deve rientrare nel ruolo assegnato
È la stessa asimmetria del paradosso iniziale.
Venezuela: non un caso, una funzione
Quello che in questi giorni accade attorno al Venezuela non è un’eccezione.
È una ripetizione strutturale.
Non importa quale leader.
Non importa quale risorsa.
Non importa quale ideologia.
Il copione è sempre lo stesso:
-
un contesto viene dichiarato “problema”
-
il problema viene associato a una minaccia
-
la minaccia rende inevitabile l’intervento
Il contenuto cambia.
La forma resta.
L’errore voluto della narrazione morale
Dire:
“è per rubare il petrolio”
“è per la libertà”
“è per la democrazia”
sono tutte varianti della stessa scorciatoia narrativa.
Servono a spostare l’attenzione da una domanda più scomoda:
chi ha il potere di definire il torto prima dei fatti?
Quando questa domanda resta invisibile, il conflitto appare morale.
Quando emerge, il conflitto mostra la sua natura meccanica.
Il ruolo disturbante di chi non chiede legittimazione
In questo quadro si inserisce Donald Trump, non come individuo, ma come funzione narrativa.
Non perché dica la verità.
Non perché abbia ragione.
Non perché sia più forte.
Ma perché non chiede il permesso simbolico.
Non cerca di:
-
mascherare l’interesse
-
sacralizzare l’intervento
-
costruire consenso morale
Questo disallineamento non rompe il sistema.
Lo espone.
E quando una struttura viene esposta, la reazione è sempre la stessa:
viene etichettata.
“Prepotente” come etichetta di ripristino
La parola “prepotente” non descrive un comportamento.
Serve a ricondurre l’anomalia dentro una cornice giudicabile.
È la versione geopolitica di:
“hai torto”.
Non serve a capire.
Serve a ristabilire la grammatica.
Il popolo come residuo
Dentro queste strutture, il popolo non è soggetto.
È materiale narrativo.
Serve per:
-
giustificare
-
legittimare
-
indignare
Quando non serve più, diventa scarto.
Non perché qualcuno lo odi.
Ma perché non ha funzione.
Questo vale ovunque.
Non distingue bandiere, religioni o sistemi.
Il vero parallelismo
Come l’uomo del paradosso:
-
è sempre nel torto
-
deve sempre spiegarsi
così alcuni Stati:
-
sono sempre problema
-
devono sempre dimostrare di essere “normali”
Quando smettono di farlo,
quando non cercano più di essere compresi,
quando non chiedono più riconoscimento,
non vengono ascoltati.
Vengono narrati.
La legge che resta quando i nomi cadono
Se togliamo:
-
uomini e donne
-
USA e Venezuela
-
leader e ideologie
resta una sola legge operativa:
chi controlla la definizione del torto
controlla la possibilità di intervenire.
E un’altra, ancora più silenziosa:
il potere non reagisce a ciò che fai,
ma al fatto che tu non stia più chiedendo di farlo.
Dove il Potere Perde Presa
Questo testo non chiude nulla.
Non propone alternative.
Non suggerisce soluzioni.
Rende visibile una struttura che,
una volta vista,
non può più essere ignorata.
Come ogni vero paradosso,
non chiede risposta.
Chiede solo di essere riconosciuto.
“Il potere può colpirti solo finché accetti di doverti giustificare.”
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