La Partita è Finita. Ma il Cartello Dice: ‘Continuate a Giocare’.

La Politica Economica Mondiale Non Sta Giocando a Calcio

Hanno portato via le porte, e il resto l’hanno svuotato di senso.

L’illusione di una partita che non c’è più

Molti continuano a credere che siamo ancora in campo.
Che esista una partita vera, con regole da rispettare, avversari da battere e un obiettivo finale: segnare il gol decisivo.

Ma questa è un’illusione ben coltivata.
La realtà è molto più cruda: la politica economica mondiale non sta giocando a calcio.

Non esiste più un campo da difendere, non ci sono più porte da centrare, e nemmeno un pallone da inseguire.
Le regole che conoscevamo sono state strappate e gettate via senza preavviso.

Quando il gioco è truccato… o non esiste

Pensateci:
Se togliete le porte a una partita di calcio, cosa rimane?
Se portate via il pallone, se mandate a casa gli arbitri, se trasformate il prato verde in un parcheggio vuoto, che senso ha parlare ancora di “partita”?

Eppure, questa è la situazione attuale.
Hanno spianato il terreno, sgonfiato il pallone e smontato tutto ciò che dava forma al gioco.
Ma hanno lasciato a noi lo stesso messaggio, beffardo e crudele:

“Giocate, se siete capaci.”

Come se non sapessero di averci tolto ogni strumento.

Il trucco: far credere che il gioco continui

Il vero dramma non è la mancanza di porte o pallone.
Il vero dramma è che moltissime persone continuano a fingere che la partita esista.

C’è chi discute di schemi, chi si accapiglia su falli inesistenti, chi difende a spada tratta la propria “squadra” come se fosse ancora in gioco.
Ma quella squadra è stata venduta, i giocatori dispersi, il campionato annullato.

Continuare a giocare in queste condizioni non è sport:
è teatro dell’assurdo.

La vera partita non è mai stata la nostra

Uno dei segreti peggiori, e allo stesso tempo più evidenti, è che la vera partita non è mai stata la nostra.
Le decisioni non vengono prese sul campo, ma dietro porte chiuse, in stanze dove non abbiamo accesso.

Noi non siamo giocatori, siamo pubblico pagante… e neppure con i posti migliori.
Assistiamo a una rappresentazione studiata per farci credere che esista ancora un gioco, mentre il risultato è deciso da tempo.

Perché smontare il campo?

Qualcuno potrebbe chiedersi:
“Perché distruggere il campo di gioco se funzionava?”

La risposta è semplice:
perché in un gioco con regole, esiste la possibilità che qualcuno di nuovo vinca.
E chi ha il potere non vuole rischiare di perdere.

Così, invece di affrontare gli avversari, hanno deciso di cancellare il campo e togliere qualsiasi possibilità di gara.

L’effetto psicologico: la rassegnazione

Una volta tolti gli strumenti del gioco, il passo successivo è indurre rassegnazione.
Se ci convinciamo che non c’è nulla da fare, smettiamo di cercare alternative.
È qui che si perde davvero.

Molti, di fronte a un campo vuoto, si siedono a bordo campo e aspettano che “qualcuno” ricominci la partita.
Ma quel qualcuno non arriverà mai, perché chi ha smontato il campo non ha alcun interesse a ricostruirlo.

Non sei più un giocatore.
Se apri gli occhi, puoi diventare un costruttore.
Perché la vera libertà inizia quando smetti di fingere che il gioco esista ancora.

Primo passo: smettere di fingere

Controbattere – Oltre il Pensare non è qui per insegnarvi come segnare in un campo inesistente.
Il primo passo è riconoscere la verità:
la partita, così come la conoscevamo, non esiste più.

Smettere di fingere è un atto di lucidità.
È il momento in cui capisci che non sei più un giocatore in campo, ma una persona libera di decidere dove investire le proprie energie.

Secondo passo: costruire un campo nuovo

Se il vecchio gioco è finito, l’unica strada è crearene uno nuovo.
Un campo dove le regole siano chiare, condivise e rispettate.
Dove le porte esistano davvero e il pallone non venga sottratto nel momento decisivo.

Questo non significa riprodurre il gioco vecchio, ma inventare qualcosa che loro – i vecchi padroni del campo – non sappiano nemmeno giocare.

Non aspettare il fischio d’inizio

Il grande inganno è farci credere che dobbiamo aspettare un segnale ufficiale per cominciare.
Ma il bello di costruire il proprio campo è che il fischio d’inizio lo dai tu.

Non serve il permesso di chi ha distrutto il vecchio stadio.
Non serve l’approvazione di chi ha sgonfiato il pallone.

Serve solo la volontà di creare qualcosa che funzioni fuori dal loro controllo.

Il rischio di restare spettatori

Se non prendiamo l’iniziativa, il rischio è rimanere spettatori permanenti.
A guardare un prato vuoto, mentre gli annunciatori parlano di partite mai giocate e di gol mai segnati.

E non c’è prigione più comoda di quella in cui il prigioniero crede di essere libero.

Dal parcheggio allo stadio nuovo

Hanno trasformato il campo in un parcheggio vuoto.
E ci hanno detto di “continuare a giocare”.

Il nostro compito non è accettare la recita, ma cambiare scena.
Costruire un nuovo campo, con nuove porte, nuove regole e nuovi giocatori.

Perché se loro hanno tolto il campo, possiamo sempre inventarci un gioco dove non sanno nemmeno da che parte si entra.

Rifletti

Se oggi ti rendi conto che il campo è vuoto, cosa scegli di fare?
Aspettare che qualcuno te lo restituisca… o iniziare a costruirne uno tuo?