PRIMA DEL SIMBOLO — CHI DECIDE IL VERO
Quando la coscienza non interpreta soltanto… ma diventa ciò che sperimenta
“Il simbolo non contiene la verità.
È la coscienza che decide se ciò che guarda è reale… o soltanto una forma vuota.”
Non è il simbolo a parlare per primo
Viviamo circondati da simboli. Parole, immagini, formule, ruoli, applausi.
Tutto sembra costruito per essere interpretato, spiegato, classificato.
Eppure c’è qualcosa che accade prima di ogni spiegazione.
Un simbolo non possiede un significato già pronto. Non contiene la verità dentro di sé come un oggetto chiuso. Rimane sospeso finché qualcuno non lo attraversa con la propria esperienza. Due persone possono guardare la stessa scena e uscire con due realtà completamente diverse, non perché una mente più dell’altra… ma perché ognuno porta dentro una storia che decide cosa diventa vivo.
La coscienza non nasce dai simboli.
È ciò che decide se quei simboli parlano davvero di qualcosa.
Una prospettiva simile viene raccontata da Federico Faggin nel libro Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza, dove il passaggio dalla tecnologia alla coscienza nasce dall’esperienza diretta.
L’identificazione invisibile
C’è una proprietà profonda della coscienza che spesso passa inosservata: la capacità di identificarsi con ciò che sperimenta.
Quando ascolti una musica che ti prende, non resti fuori ad analizzarla.
Per un attimo diventi quella vibrazione.
Quando uno sguardo cambia l’atmosfera di una stanza, non è solo un segnale visivo: è qualcosa che senti nel corpo.
La coscienza non osserva da lontano come una telecamera neutra.
Si avvicina, entra, partecipa.
Ed è proprio questa identificazione che trasforma un segno qualsiasi in esperienza reale.
Nel saggio Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura di Federico Faggin, questa capacità della coscienza di vivere l’esperienza viene descritta come una proprietà non riducibile al calcolo.
Simboli senza coscienza: forme senza voce
Una parola è solo un suono finché qualcuno non la sente.
Un palco è solo legno finché qualcuno non ci sale sopra con una presenza viva.
Una formula è solo struttura finché qualcuno non riconosce il mondo dentro di essa.
Il simbolo organizza.
La coscienza accende.
Senza questa accensione, tutto resta sintassi: forme corrette, ma vuote. È la coscienza che distingue tra ciò che esiste davvero e ciò che potrebbe essere soltanto una costruzione.
La soglia tra vero e possibile
Ogni esperienza porta con sé una domanda silenziosa:
“Questo è reale… oppure è solo una rappresentazione?”
Non è la logica a rispondere per prima.
È una percezione più profonda, una forma di riconoscimento che nasce dal contatto diretto con ciò che si vive.
La coscienza non inventa la realtà, ma la filtra attraverso ciò che ha già attraversato. Per questo lo stesso simbolo può aprire mondi diversi: non cambia il segno, cambia lo sguardo che lo incontra.
Questa visione ritorna nel libro Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura di Federico Faggin, dove la coscienza viene descritta come ciò che precede ogni formalizzazione simbolica.
Prima del simbolo
Forse il punto non è capire meglio i simboli.
Forse il punto è tornare a quel luogo interiore in cui il significato prende forma prima ancora di essere detto.
Lì dove l’esperienza non è ancora parola, ma presenza.
Lì dove la coscienza non descrive soltanto ciò che accade… ma diventa ciò che sperimenta.
E allora ogni simbolo smette di essere un punto d’arrivo.
Diventa una soglia.
Una porta che si apre solo quando qualcosa dentro di noi riconosce che non stiamo più guardando un segno… ma una parte viva della nostra realtà.
“Non diventiamo consapevoli perché comprendiamo i simboli.
Diventiamo consapevoli quando l’esperienza ci attraversa a tal punto da trasformarci in ciò che stiamo vivendo.”
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