Le città non sono tesi
Quando il Racconto Sostituisce la Realtà

Ogni volta che guardo un telegiornale o un documentario,
la sensazione è sempre la stessa.

Non mi infastidisce quello che dicono.
Mi infastidisce come lo dicono.

Le città non vengono mai raccontate per ciò che sono.
Vengono raccontate per ciò che servono a dimostrare.

Cuba non è un luogo abitato.
È una tesi.
L’America non è una società complessa.
È una contro-tesi.
L’Italia non è un insieme di adattamenti.
È un esempio morale da giudicare.

Ed è qui che qualcosa si rompe.

Perché quando una città viene usata come argomento,
chi la racconta smette di guardare le condizioni reali
e inizia a imporre giudizi prefabbricati.

Non sta più cercando di capire.
Sta cercando di far tornare un racconto.

Le città non sono problemi da risolvere.
Non sono lezioni morali.
Non sono dimostrazioni da portare in televisione.

Sono sistemi vivi
che si adattano – bene o male –
a condizioni materiali precise.

Quando smetti di guardare quelle condizioni
e inizi a parlare per dogmi,
non stai analizzando una società.

La stai usando.

Ed è esattamente questo che trovo intollerabile:
l’ignoranza voluta nel raccontare i luoghi,
le persone,
le strutture,
come se fossero cartelloni pubblicitari
di un’idea già decisa.

È da qui che nasce Controbattere.

Dal bisogno di spostare lo sguardo
dal “cosa dimostra”
al “come viene usata”.

Perché una città,
come una persona,
come un’esperienza,
non dimostra nulla.

Esiste.
E si adatta.

Tutto il resto è narrazione.

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