Chi Controlla Davvero la Televisione
«Un Paese è quello che sono i suoi cittadini.
E anche i suoi politici.»
— Piero Angela, A cosa serve la politica
L’atto d’accusa che non viene mai scritto
La domanda vera non è:
perché in TV dicono stupidaggini?
La domanda vera è questa:
com’è possibile che non esista una redazione che dica “no”?
Perché quei programmi:
-
non nascono per errore
-
non vanno in onda per distrazione
-
non sopravvivono per mancanza di alternative
Vanno in onda perché nessuno li ferma.
E quando nessuno ferma qualcosa, non siamo davanti a una mancanza.
Siamo davanti a una scelta strutturale.
La redazione c’è. Ma non fa quello che pensiamo.
Qui bisogna essere molto chiari, senza complotti.
Le redazioni esistono.
Gli autori esistono.
I direttori esistono.
Ma il loro compito non è più:
-
verificare
-
filtrare
-
distinguere
-
assumersi responsabilità culturale
Il loro compito è diventato uno solo:
evitare problemi e produrre audience.
Se una cosa:
-
non è perseguibile legalmente
-
non crea scandalo ingestibile
-
non fa crollare gli ascolti
allora passa.
Non perché sia vera.
Non perché sia sensata.
Ma perché è funzionale.
Qui non mancano le regole. Manca la responsabilità.
Questo è il punto più scomodo.
Non è vero che “non ci sono regole”.
È vero che le regole non riguardano il senso di ciò che viene detto.
Puoi:
-
dire sciocchezze
-
banalizzare temi complessi
-
diffondere ignoranza travestita da opinione
-
trasformare l’incompetenza in personaggio
purché:
-
non violi formalmente la legge
-
non tocchi interessi forti
-
non rompa l’equilibrio economico
La TV non è senza controllo.
È controllata su ciò che conta per il sistema, non per la società.
Come viene chiarito più volte nel libro A cosa serve la politica,
le società non decadono perché mancano le leggi,
ma perché viene meno il senso di responsabilità condivisa
nel farle vivere, rispettare e pretendere.
Il silenzio della redazione è il vero messaggio
Ed è qui che l’atto d’accusa diventa silenzioso ma devastante.
Perché quando una redazione:
-
non blocca
-
non corregge
-
non pretende competenza
-
non distingue tra intrattenimento e realtà
sta dicendo una cosa chiarissima, anche se non la pronuncia:
“Va bene così.”
Va bene che si dica qualunque cosa.
Va bene che nessuno risponda.
Va bene che lo spettatore non capisca.
Questo va bene è il vero contenuto trasmesso ogni sera.
Nessuno è scemo. È il sistema che lo permette.
Qui va evitata la scorciatoia morale.
Non serve dire “sono scemi”.
Serve dire qualcosa di molto più inquietante:
funzionano perché sono costruiti per funzionare.
Chi parla a vanvera:
-
è selezionato
-
è addestrato
-
è incorniciato
-
è protetto
Non perché dica cose intelligenti,
ma perché non chiede mai nulla allo spettatore.
Zero sforzo.
Zero responsabilità.
Zero trasformazione.
In A cosa serve la politica, Piero Angela insiste su un punto spesso ignorato:
le strutture non sono entità astratte,
ma il risultato di comportamenti tollerati, ripetuti e normalizzati.
Quando un sistema premia l’irresponsabilità,
non è perché qualcuno è “stupido”,
ma perché quella forma di comportamento è diventata funzionale.
E qui torna la frase di Piero Angela, come una sentenza
È qui che la frase di Piero Angela, da A cosa serve la politica, diventa una lama silenziosa:
«Un Paese è quello che sono i suoi cittadini.
E anche i suoi politici.»
Perché:
-
chi produce questi programmi è cittadino
-
chi li approva è cittadino
-
chi non li ferma è cittadino
-
chi li guarda senza reagire è cittadino
E i politici che non costruiscono alcuna responsabilità editoriale
non sono un’anomalia,
sono un riflesso coerente.
La verità che nessuno vuole dire
La verità è questa, ed è il cuore dell’atto d’accusa:
Non manca una redazione che controlli.
Manca una società che pretenda che controlli.
Finché:
-
l’attenzione vale più del senso
-
il rumore vale più della competenza
-
l’intrattenimento vale più della realtà
la TV farà esattamente ciò che vediamo.
Non perché sia impazzita.
Ma perché sta funzionando perfettamente.
È qui che il ragionamento sviluppato in A cosa serve la politica
raggiunge il suo punto più scomodo:
quando i cittadini smettono di pretendere qualità,
competenza e responsabilità,
il sistema non crolla — si adatta.
E ciò che emerge non è un’eccezione,
ma una coerenza perfetta tra cultura, informazione e potere.
Una domanda finale (da lasciare sospesa)
Non per indignarsi.
Non per schierarsi.
Ma per capire dove siamo.
Che tipo di Paese permette che ciò che entra ogni sera nelle case
non debba rispondere a nessuno?
La risposta non è in TV.
È fuori, nello stesso Paese che la accende.
«Quando una società smette di pretendere competenza,
responsabilità e verifica da ciò che comunica,
non sta difendendo la libertà di espressione:
sta rinunciando alla propria maturità civile.»
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