Quando sei l’unica

QUANDO SEI  L'UNICA

JoAnn Morgan, la donna della NASA che nel 1969 entrò da sola in un mondo che non aveva ancora imparato a immaginarla.

«Non si nasce donna: lo si diventa.»
— Simone de Beauvoir, Il secondo sesso (1949)

Quella donna non era arrivata lì per caso

Guardando quella fotografia del 1969 si potrebbe quasi non accorgersi di lei. La sala di controllo è piena di uomini, tutti concentrati sulle proprie console, mentre il Saturn V è pronto a portare Apollo 11 verso la Luna. In mezzo a quella distesa di camicie bianche e cravatte c'è una giovane donna con i capelli ordinati, una maglia a righe e il piccolo coccodrillo Lacoste sul petto. È JoAnn Morgan, e non è lì per assistere al momento storico: è una delle persone che stanno lavorando perché quel momento possa accadere. Durante il lancio di Apollo 11 è l'unica donna nella sala di controllo e occupa il ruolo di instrumentation controller. La cosa che rende questa fotografia così affascinante è proprio la sua normalità. JoAnn non sembra voler dimostrare niente a nessuno, non sta facendo una posa, non sta cercando di attirare l'attenzione. È semplicemente seduta alla sua console e sta facendo il proprio lavoro. Eppure, guardando oggi quella scena, sappiamo che quella donna sta occupando un posto nel quale nessun'altra donna aveva mai occupato prima quella posizione. Ed è qui che comincia la sua storia, perché essere l'unica non significa soltanto essere fisicamente soli in mezzo agli altri: significa non avere nessuno davanti a sé che possa dimostrarti, con la propria presenza, che quel posto è possibile.

E oggi, quali immagini ci mostrano?

«Nessuna di noi può sapere di che cosa è capace finché non viene messa alla prova.»
— Elizabeth Blackwell, Pioneer Work in Opening the Medical Profession to Women (1895)

La fotografia, però, nasconde quasi tutto ciò che rende JoAnn Morgan veramente interessante. Vediamo una giovane donna elegante e curata, ma non vediamo gli anni di studio e di lavoro che l'hanno portata davanti a quella console. Morgan era entrata nel settore spaziale giovanissima, nel 1958, a soli 17 anni, come studentessa tirocinante; aveva studiato matematica e ingegneria e si era specializzata nei sistemi di dati, nella strumentazione e nelle tecnologie utilizzate per i lanci. Quando arrivò ad Apollo 11 non era quindi una persona capitata per caso in mezzo agli ingegneri, ma una professionista altamente preparata che aveva costruito negli anni le competenze necessarie per essere esattamente in quel luogo. Ed è proprio qui che quella maglia Lacoste diventa quasi un dettaglio narrativo straordinario, perché ci ricorda una cosa che spesso dimentichiamo: l'aspetto di una persona non ci dice quasi nulla sulla profondità di ciò che quella persona sa fare. JoAnn poteva essere giovane, bella, elegante e vestita con una Lacoste e, contemporaneamente, essere una delle persone più preparate presenti nella stanza. La Lacoste non era la sua competenza, così come non lo erano la sua bellezza o il suo modo di vestirsi. Erano semplicemente parte di lei. La sua competenza era nascosta sotto tutto questo, invisibile nella fotografia, e riguardava la matematica, l'ingegneria, la strumentazione e i sistemi che dovevano funzionare mentre milioni di persone sulla Terra guardavano il razzo partire. È una distinzione che anche oggi sarebbe utile ricordare, in un'epoca nella quale l'immagine spesso arriva prima della persona e nella quale rischiamo di confondere ciò che qualcuno mostra con ciò che qualcuno è capace di fare.

Un mondo che non aveva previsto una donna come lei

«Non desidero che le donne abbiano potere sugli uomini; ma su se stesse.»
— Mary Wollstonecraft, Rivendicazione dei diritti della donna (1792)

La parte più incredibile della storia è che quella stessa organizzazione capace di progettare una macchina per portare esseri umani sulla Luna non aveva ancora imparato a immaginare con naturalezza una donna dentro la propria sala di controllo. Quando Morgan cominciò a lavorare alla NASA, il suo supervisore dovette spiegare agli altri ingegneri che doveva essere considerata un'ingegnera e non una segretaria; qualcuno arrivò persino a chiedere se potessero chiederle di preparare il caffè. Ancora più significativo è il fatto che per molti anni nell'edificio in cui lavorava non esistesse nemmeno un bagno per le donne: non era stato previsto perché, semplicemente, non si era pensato che una donna avrebbe potuto lavorare lì. Morgan raccontò che per utilizzare il bagno degli uomini doveva essere accompagnata da una guardia, che controllava che non ci fosse nessuno all'interno. È difficile trovare un'immagine più concreta di cosa significhi essere "fuori posto". Nessuno aveva necessariamente bisogno di dirle che non poteva esserci; era sufficiente costruire un ambiente nel quale la sua presenza non era stata contemplata. È un meccanismo molto più sottile di un divieto, perché non ti dice apertamente "non puoi entrare": semplicemente costruisce il mondo come se tu non dovessi arrivare. E quando finalmente arrivi, sei tu a sembrare l'eccezione. Forse è proprio questo il significato più profondo dell'essere l'unica: non dover soltanto dimostrare di essere capace, ma riuscire a rimanere in un luogo che, fino a quel momento, non aveva nemmeno previsto che tu potessi esistere.

E oggi, quali immagini ci insegnano che cosa è possibile essere?

«L'unico modo per una donna, come per un uomo, di trovare se stessa, di conoscersi come persona, è attraverso un lavoro creativo proprio.»
— Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963

È qui che la storia di JoAnn Morgan può uscire dalla fotografia del 1969 e arrivare fino a noi. Ogni società costruisce, attraverso il cinema, la televisione, la pubblicità e oggi soprattutto i social, un repertorio di immagini attraverso cui impariamo inconsapevolmente a riconoscere ciò che è normale, desiderabile e possibile. Oggi vediamo donne scienziate, astronaute, imprenditrici, artiste, dirigenti e professioniste, ma nello stesso tempo continuano a circolare immagini nelle quali la donna viene associata al corpo, al lusso, alla disponibilità sessuale o al potere economico di un uomo. Basta pensare a certe rappresentazioni cinematografiche del mondo criminale, dove il boss viene circondato da automobili costose, locali notturni, denaro e donne sessualizzate che diventano quasi parte della scenografia del suo potere. Non è necessario stabilire se queste rappresentazioni siano realistiche o meno; la domanda interessante è un'altra: quali possibilità diventano familiari quando un'immagine viene ripetuta continuamente? Se per anni una cultura mostra l'uomo come colui che possiede, decide, conquista e costruisce, mentre la donna appare soprattutto come colei che viene guardata, desiderata o scelta, quelle immagini possono finire per diventare una specie di mappa invisibile. JoAnn Morgan ci mette davanti a una mappa diversa. In quella fotografia una donna non sta aspettando che qualcuno la scelga, non è lì per accompagnare un uomo potente e non è lì perché il suo aspetto rappresenti qualcosa: è lì perché ha studiato, perché sa fare il suo lavoro e perché quel lavoro è necessario. Ed è forse questo il punto più interessante da portare nel presente: quali modelli di donna rendiamo continuamente visibili e desiderabili, e quali invece lasciamo così rare da sembrare quasi impossibili?

Quando sei l'unica

«Non è facile essere una pioniera, ma quanto è affascinante!»
— Elizabeth Blackwell, Pioneer Work in Opening the Medical Profession to Women (1895

La carriera di JoAnn Morgan non terminò con Apollo 11. Rimase alla NASA per oltre quarant'anni e nel corso della sua vita professionale ricoprì incarichi di responsabilità sempre maggiori, fino a diventare la prima donna associate director del Kennedy Space Center. Ma forse la parte più bella della sua storia non è nemmeno la carriera che venne dopo: è ciò che quella prima fotografia significa guardandola oggi. Morgan era entrata in una stanza nella quale non aveva nessuno da imitare e nessuna donna davanti a sé che potesse dirle, semplicemente con la propria presenza, "si può fare". E forse questo è ciò che ci fa sentire così spesso inadeguati quando affrontiamo qualcosa di nuovo: non sempre ci manca la capacità, a volte ci manca il precedente. È come camminare in un territorio senza impronte; puoi avere gambe forti, una buona direzione e tutto ciò che ti serve per camminare, ma non hai ancora visto nessuno arrivare dall'altra parte. JoAnn Morgan, in un certo senso, ha lasciato quelle impronte. La sua presenza ha trasformato un luogo che sembrava appartenere soltanto agli uomini in un luogo nel quale, da quel momento, una donna era già stata. E quando qualcuno arriva per primo, succede qualcosa di straordinario: non rende soltanto possibile il proprio percorso, ma rende immaginabile quello di chi verrà dopo. Forse è per questo che quella fotografia mi fa sognare: non vedo soltanto una donna sola in mezzo a tanti uomini, vedo una persona che, senza avere nessuno davanti a sé, ha avuto il coraggio di occupare un posto che il mondo non aveva ancora imparato a immaginare per lei. E allora la domanda che rimane non è se JoAnn Morgan fosse all'altezza di quella stanza. Lo era. La domanda è un'altra: quante persone hanno rinunciato a entrare in una stanza soltanto perché non avevano mai visto nessuno come loro farlo prima?

«Ciò che viene fatto o imparato da una classe di donne diventa, in virtù della loro comune condizione di donne, patrimonio di tutte.»
— Elizabeth Blackwell, Pioneer Work in Opening the Medical Profession to Women (1895)

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