QUANDO UN’ESPERIENZA DIVENTA UN DOGMA
Possiamo raccontare agli altri ciò che abbiamo scoperto. Il problema comincia quando dalla nostra esperienza ricaviamo il diritto di stabilire che cosa dovrebbero scoprire loro.
«L'esperienza non è ciò che ti accade; è ciò che fai con ciò che ti accade.»
— Aldous Huxley, Texts and Pretexts
Sono molto sospettoso verso chi pretende di indicare agli altri una via di salvezza. Non perché ritenga inutile ascoltare chi ha studiato, sperimentato o vissuto qualcosa più a lungo di noi. Sarebbe assurdo: gran parte di ciò che sappiamo nasce proprio dalla possibilità di confrontarci con l’esperienza altrui. Possiamo imparare da un filosofo, da uno psicologo, da un insegnante, da un mistico, da uno scrittore o semplicemente da qualcuno che ha attraversato una situazione che noi non abbiamo mai vissuto. Il problema nasce quando questa esperienza cambia natura e, da testimonianza personale, diventa una prescrizione per gli altri.
La differenza può sembrare sottile, ma è enorme. Una persona può raccontarmi che la meditazione le ha permesso di osservare diversamente i propri pensieri, che una determinata filosofia le ha fatto superare un momento difficile o che una pratica corporea le ha consentito di raggiungere uno stato che prima non conosceva. Tutto questo mi interessa. Posso ascoltarlo, studiarlo e perfino decidere di sperimentarlo. Ma ciò che quella persona ha vissuto non dimostra automaticamente che io debba vivere la stessa esperienza, né che debba attribuirle lo stesso significato.
È proprio questo passaggio che spesso viene trascurato. Un’esperienza può essere autentica senza che sia necessariamente vera l’interpretazione costruita intorno a quell’esperienza.
«Nessuno può condurvi alla verità.»
— Jiddu Krishnamurti, Freedom from the Known
Se attraverso una pratica di mindfulness riesco a osservare un pensiero senza esserne completamente assorbito, qualcosa è effettivamente accaduto. Posso descriverlo, ripetere l’esperimento e cercare di capire in quali condizioni si manifesta. Ma se da quell’esperienza concludo che il pensiero non appartiene al mio vero essere, che dietro la mente esiste una coscienza immutabile o che ho finalmente scoperto la mia autentica natura, sono già passato a un altro livello del discorso. Non sto più soltanto descrivendo ciò che ho sperimentato: sto interpretando ciò che ho sperimentato.
Questo non significa che quell’interpretazione sia necessariamente falsa. Significa semplicemente che non è la stessa cosa dell’esperienza che dovrebbe dimostrarla.
La distinzione diventa particolarmente importante quando leggiamo testi filosofici, spirituali o di crescita personale. Spesso una tecnica concreta viene presentata insieme a una spiegazione generale dell’essere umano. Prova questo esercizio, osserva cosa accade e poi ti verrà spiegato che ciò che hai percepito dimostra qualcosa sulla mente, sull’ego, sulla coscienza o sulla tua “vera natura”. Ma perché dovremmo accettare automaticamente anche la seconda parte?
Posso provare un esercizio senza aderire alla filosofia dell’autore. Posso riconoscere che una tecnica produce in me un effetto interessante senza trasformare quell’effetto nella conferma di tutto ciò che mi è stato raccontato. Posso persino arrivare allo stesso risultato dell’autore e domandarmi se esistano spiegazioni differenti.
È qui che, secondo me, dovrebbe cominciare il pensiero critico: non nel rifiutare l’esperienza, ma nel separarla dall’interpretazione.
Lo stesso problema riguarda la figura del maestro. Non vedo nulla di sbagliato nell’imparare da qualcuno più competente di noi. Se voglio studiare uno strumento musicale, una disciplina sportiva, una lingua o una tecnica contemplativa, è perfettamente ragionevole cercare qualcuno che abbia conoscenze ed esperienza maggiori delle mie. La competenza, però, non conferisce automaticamente un’autorità sulla persona. Un insegnante può conoscere una tecnica meglio di me; questo non significa che conosca meglio di me ciò che devo diventare.
Eppure proprio in alcuni ambiti questa distinzione tende a scomparire. Chi insegna non si limita più a dire come si esegue una pratica o che cosa ha osservato utilizzandola, ma comincia a spiegare all’allievo chi egli sia veramente, quali siano i suoi blocchi, quale strada dovrebbe percorrere e perfino che cosa significhi il fatto che non sia d’accordo. A quel punto si crea una situazione curiosa: se condividi l’insegnamento significa che hai compreso; se non lo condividi significa che non sei ancora pronto, sei troppo identificato con l’ego, hai delle resistenze o non hai fatto abbastanza esperienza.
Un sistema costruito in questo modo diventa molto difficile da mettere alla prova, perché qualunque risposta può essere reinterpretata come una conferma del sistema stesso.
Per questo trovo molto più interessante un insegnante che sappia dire: questa è la mia esperienza, questo è ciò che penso di aver compreso, questa è la tecnica che utilizzo; adesso sperimentala e osserva che cosa accade a te. Non significa che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore o che non esistano persone più competenti di altre. Significa soltanto riconoscere il confine tra insegnare qualcosa e pretendere di possedere la spiegazione definitiva dell’esperienza altrui.
In fondo, possiamo condividere soltanto ciò che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso. Possiamo raccontare ciò che ci ha aiutato, descrivere gli errori che abbiamo commesso, mostrare strumenti che riteniamo utili e invitare qualcuno a verificarli personalmente. Possiamo anche sostenere con forza un’idea quando abbiamo buone ragioni per farlo. Quello che non possiamo ricavare automaticamente dalla nostra esperienza è il diritto di trasformarla nella strada degli altri.
Ed è probabilmente questo il punto che mi interessa di più. Posso raccontarti ciò che ho trovato camminando. Posso mostrarti dove mi ha portato. Posso perfino invitarti a provarlo. Ma nel momento in cui ti dico che quella è anche la tua strada, non sto più condividendo un’esperienza: sto cominciando a costruire un dogma.
«Che cosa so?»
— Michel de Montaigne, Saggi
Forse il valore di un insegnamento si vede anche da ciò che accade quando smettiamo di seguirlo. Se ciò che abbiamo imparato ci rende più capaci di osservare, sperimentare e scegliere autonomamente, quell’incontro ci ha lasciato qualcosa. Se invece ci rende dipendenti da qualcuno che deve continuare a dirci che cosa significa ciò che proviamo, allora vale la pena domandarsi se abbiamo davvero trovato una strada oppure soltanto una nuova autorità da seguire.
Condividere ciò che abbiamo trovato non significa pretendere che gli altri debbano trovarlo nello stesso posto. Ed è forse proprio lasciando aperta questa possibilità che un’esperienza personale può diventare qualcosa di utile anche per qualcun altro, senza trasformarsi nell’ennesima verità da accettare.
«Posso avere torto e tu puoi avere ragione, e con uno sforzo possiamo avvicinarci alla verità.»
— Karl R. Popper, Congetture e confutazioni
CONTROBATTERE
Riflessioni oltre il pensiero comune
Beyond Conventional Thinking
controbattere.com | @controbattere_official
✦ Nota: Alcuni link presenti nell’articolo sono link di affiliazione Amazon. Se effettui un acquisto tramite questi link, riceveremo una piccola commissione (senza costi aggiuntivi per te). Grazie per sostenere Controbattere – Oltre il Pensare e la diffusione della conoscenza libera.
---
Tutti i contenuti di questo sito sono opere originali.
È vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso scritto dell’autore.
