DALLA SENTENZA AL RAGIONAMENTO
Quante volte scambiamo ciò che pensiamo per ciò che abbiamo realmente osservato?
«L'osservazione è sempre selettiva. Ha bisogno di un oggetto scelto, di un compito preciso, di un interesse, di un punto di vista, di un problema.»
— Karl R. Popper, Congetture e confutazioni
Un ragazzo entra ogni sera nello stesso bar. Una sera il barista lo vede parlare con una ragazza. Il giorno dopo, mentre chiacchiera con un amico, dice: «Quello viene qui tutte le sere perché vuole rimorchiare». Sembra una frase innocente. Ma proviamo a fermarci un momento. Che cosa ha visto realmente il barista? Ha visto un ragazzo entrare spesso nel locale e, una sera, parlare con una ragazza. Il motivo per cui frequenta quel bar, invece, non l'ha visto. Lo ha dedotto. Potrebbe anche avere ragione. Ma potrebbe esserci un'altra spiegazione. Il ragazzo potrebbe abitare lì vicino, conoscere il barista, amare quel locale o semplicemente trovarsi bene in quel posto. Il problema, quindi, non è che il barista abbia fatto un'ipotesi. Il problema nasce quando dimentica di averla fatta e comincia a raccontarla come se fosse un fatto.
È un meccanismo molto più comune di quanto immaginiamo. Una persona non ci saluta e decidiamo che ce l'ha con noi. Qualcuno non risponde a un messaggio e pensiamo che ci stia ignorando. Un politico prende una decisione e siamo convinti di conoscere il motivo per cui l'ha presa. Leggiamo una frase e siamo sicuri di averne compreso il significato. In pochi secondi passiamo da ciò che abbiamo osservato a una spiegazione, e dalla spiegazione a una certezza. È proprio in quel piccolo passaggio che nasce la sentenza.
E se invece di dire «è così» provassimo a dire «e se fosse così?» La differenza sembra minima, ma cambia completamente il modo di ragionare. Perché a quel punto possiamo chiederci: se la mia interpretazione fosse corretta, che cosa dovrei osservare? La domanda non ci consegna una risposta. Ci obbliga a seguire la nostra idea e a vedere dove conduce. È un modo di ragionare che può essere applicato anche a qualcosa di molto lontano dal nostro quotidiano: un frammento di un'antica tradizione filosofica.
Una frase difficile da capire
Immaginiamo di trovare, dopo quasi duemila anni, una frase che dice: «Il padre sottrasse sé stesso». Che cosa significa? La risposta più immediata potrebbe essere: «Parla di Dio». Ma siamo sicuri? La frase non ci dice semplicemente «Dio ha creato il mondo». Dice che il padre si è sottratto. E allora possiamo fare la stessa cosa che abbiamo fatto con il barista: invece di trasformare immediatamente la frase in una conclusione, possiamo provare a seguirne le conseguenze.
La frase appartiene agli Oracoli Caldaici, una raccolta antica della quale ci sono arrivati soprattutto frammenti e testimonianze successive. Uno di questi frammenti è stato tradotto da Angelo Tonelli e successivamente commentato, tra gli altri, da Claudio Simeoni. Simeoni propone una lettura molto particolare: quel «padre» potrebbe essere inteso come una Coscienza Universale che si sottrae, anziché come una divinità creatrice che rimane presente a governare continuamente l'universo. Nella sua interpretazione, dopo questa sottrazione rimane il processo delle trasformazioni, dentro il quale emergono progressivamente nuove Coscienze di Sé.
Non dobbiamo accettare questa interpretazione soltanto perché qualcuno l'ha proposta. Possiamo fare una cosa molto più interessante. Possiamo vedere dove ci porta.
E se fosse davvero così?
Se il «padre» non fosse una Coscienza Universale che continua a determinare l'esistente, ma una Coscienza che si è sottratta, allora cambia il modo stesso di guardare all'universo. Non avremmo più necessariamente un universo nel quale qualcuno, dall'alto, ha già stabilito il percorso di ogni cosa. Avremmo un universo nel quale le trasformazioni producono progressivamente nuove forme di consapevolezza.
È una visione completamente diversa. E soprattutto produce una domanda: se la coscienza non fosse il punto di partenza, ma qualcosa che emerge durante il percorso, che cosa dovremmo osservare? A questo punto non siamo più soltanto davanti a una frase religiosa o filosofica. Siamo davanti a un problema. Ed è proprio questo che rende interessante un'interpretazione: non la sua capacità di chiudere la questione, ma la sua capacità di aprirne altre.
Anche l'intuizione diventa una questione quotidiana
Un altro frammento degli Oracoli affronta il rapporto tra ciò che possiamo descrivere e ciò che ancora sfugge alla nostra descrizione. Tonelli utilizza il linguaggio dell'«intuibile» e dell'«intuire», mentre Simeoni sviluppa il concetto contrapponendo ciò che la ragione riesce a determinare a ciò che può essere colto attraverso l'intuizione.
Ma anche qui possiamo riportare tutto sulla terra. Ti è mai capitato di avere la sensazione che una persona non fosse sincera, senza riuscire immediatamente a spiegare perché? Quella sensazione potrebbe rivelarsi corretta. Oppure no. L'intuizione non è una prova. Può essere il punto dal quale comincia un'indagine. Possiamo avvertire qualcosa, formulare un'ipotesi e poi osservare meglio. Se quello che avevamo intuito trova conferme, la nostra interpretazione acquista consistenza. Se non le trova, possiamo cambiarla.
In questo senso l'intuizione non deve diventare una nuova forma di certezza. Può essere semplicemente il momento nel quale ci accorgiamo che qualcosa merita di essere guardato meglio.
Non tutto ciò che pensiamo è ciò che abbiamo visto
Forse è questa la lezione più semplice che possiamo portare fuori da una discussione sugli Oracoli Caldaici. Il barista vede un ragazzo parlare con una ragazza e costruisce una spiegazione. Noi vediamo qualcuno non salutarci e costruiamo una spiegazione. Leggiamo una frase antica e costruiamo una spiegazione. Guardiamo un avvenimento politico e costruiamo una spiegazione. Interpretare è inevitabile. Confondere l'interpretazione con il fatto, invece, non lo è.
Ed è qui che il ragionamento può cambiare direzione. Non dobbiamo rinunciare alle nostre idee. Dobbiamo semplicemente smettere di trattarle come proprietà da difendere. Possiamo dire: «Questa è la mia interpretazione». E subito dopo: «Vediamo se la realtà la sostiene.»
Dalla sentenza al ragionamento
Forse, allora, il valore di un testo antico non consiste nel permetterci di dire «gli antichi avevano già capito tutto». Potrebbe essere esattamente il contrario. Un frammento incompleto ci costringe a interpretare. E proprio perché dobbiamo interpretare, ci obbliga a confrontarci con il nostro modo di costruire significati.
Il «padre» che si sottrae può diventare una teoria sull'origine della coscienza. L'intuizione può diventare una riflessione sul rapporto tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a spiegare. La molteplicità può diventare una riflessione sulla nostra capacità di concentrarci. Ma nessuna di queste interpretazioni dovrebbe diventare automaticamente una verità.
Una buona idea non è quella che non può essere messa in discussione. È quella che può sopportare di esserlo. Ed è forse questa la differenza tra il sapere da bancone e la ricerca. Al bancone si arriva spesso con la risposta. Nel ragionamento si arriva con una domanda.
La domanda che rimane
La prossima volta che qualcuno ci dirà: «È sicuramente così», potremmo provare a non rispondere immediatamente né «hai ragione» né «hai torto». Potremmo chiedere: «Che cosa hai realmente osservato?» E poi: «Il resto lo hai visto oppure lo hai interpretato?» Da lì può cominciare una discussione completamente diversa.
Non perché alla fine avremo necessariamente ragione. Ma perché, almeno per qualche minuto, avremo smesso di difendere una sentenza e avremo cominciato a seguire un ragionamento. E forse è proprio questo il senso di Controbattere.
«Tutte le teorie restano essenzialmente provvisorie, congetturali o ipotetiche, anche quando non ci sentiamo più in grado di dubitare di esse.»
— Karl R. Popper, Congetture e confutazioni
CONTROBATTERE
Riflessioni oltre il pensiero comune
Beyond Conventional Thinking
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