Giudicare non significa capire
L'Odissea e il vizio di giudicare
Prima ancora che un film venga proiettato, spesso abbiamo già deciso che cosa pensarne. Ma un giudizio è davvero una comprensione della realtà?
«È il viaggio che dà significato alla meta.»
Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre (The Left Hand of Darkness)
L'uscita del nuovo film Odissea di Christopher Nolan ha acceso discussioni ancora prima che il pubblico potesse vederlo. C'è chi critica la scelta degli attori, chi mette in dubbio la fedeltà storica, chi è convinto che il regista abbia tradito lo spirito dell'opera e chi, al contrario, lo considera già un capolavoro. È un fenomeno che ormai accompagna quasi ogni libro, film o evento importante: il dibattito inizia prima dell'esperienza.
Ma c'è una domanda che raramente viene posta.
Giudicare significa davvero aver capito?
Pensiamo a una persona che, entrando in una biblioteca, osserva soltanto la copertina di un libro e conclude che non valga la pena leggerlo. Oppure a chi visita una città per pochi minuti e afferma di conoscerla. Probabilmente sorrideremmo davanti a una simile sicurezza. Eppure facciamo qualcosa di molto simile ogni giorno quando trasformiamo una prima impressione in una conclusione definitiva.
Il problema non riguarda soltanto il cinema. Accade in politica, nello sport, sui social network e perfino nelle relazioni personali. Basta una frase, un'immagine o un titolo perché qualcuno sentenzi: "È un incapace." "È un genio." "Fa schifo." "È propaganda." In quel momento, però, il ragionamento spesso si interrompe proprio dove dovrebbe iniziare.
«Molti sono i prodigi del mondo, ma nessuno è più grande dell'uomo.»
Sofocle, Antigone
Una sentenza dà l'impressione di aver spiegato qualcosa. In realtà, molte volte, ha soltanto chiuso una domanda.
Questo non significa che non si possa esprimere un'opinione. Al contrario. Ogni opinione può rappresentare un'ipotesi iniziale, un punto di partenza utile per orientare l'osservazione. Diventa però un ostacolo quando smette di essere verificata e pretende di trasformarsi in verità semplicemente perché è stata pronunciata con sicurezza.
Forse è anche per questo che alcune opere attraversano i secoli. L'Odissea continua a essere letta non perché tutti siano d'accordo sul suo significato, ma perché continua a generare domande. Ogni epoca vi ritrova qualcosa di diverso: chi un racconto d'avventura, chi una riflessione sul ritorno, chi una metafora del viaggio umano. Il valore di un'opera non nasce dall'uniformità delle interpretazioni, ma dalla capacità di far nascere nuove prospettive.
Lo stesso vale per la realtà che ci circonda. Se davanti a ogni fatto ci limitiamo a distribuire etichette, difficilmente comprenderemo ciò che sta accadendo. Le etichette semplificano. La comprensione, invece, richiede di osservare, confrontare, verificare e, quando necessario, cambiare idea.
«Non tutti quelli che vagano sono perduti.»
J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell'Anello
Forse il vero problema non è che le persone esprimono giudizi. Il problema nasce quando il giudizio viene scambiato per una spiegazione. Una sentenza può dare l'impressione di aver concluso il ragionamento, ma molto spesso lo interrompe proprio nel momento in cui dovrebbe iniziare.
L'Odissea continuerà probabilmente a dividere il pubblico. C'è chi la apprezzerà e chi la criticherà. È normale. Ma, dopo aver espresso un giudizio, forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi:
E allora?
Che cosa ci dice davvero quest'opera? Quale idea propone? Quali effetti potrebbe avere su chi la guarda? E, soprattutto, quali conseguenze produce il mio giudizio sul modo in cui scelgo di osservare la realtà?
Perché una sentenza può chiudere un film in una parola: "capolavoro" oppure "disastro". Un ragionamento, invece, prova a capire perché quell'opera suscita certe reazioni, quali effetti produce e che cosa possiamo imparare osservandola.
Forse comprendere non significa avere subito una risposta. Significa continuare a farsi le domande giuste anche dopo aver espresso la propria opinione.
«Molte furono le città degli uomini che vide e di cui conobbe la mente.»
Omero, Odissea (Libro I)
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