Le parole non sono la realtà
Acqua e vodka possono avere lo stesso colore. Perché allora pensiamo che una parola basti a descrivere la realtà?
"La mappa non è il territorio."
— Alfred Korzybski, Science and Sanity: An Introduction to Non-Aristotelian Systems and General Semantics
Ogni giorno utilizziamo parole come libertà, democrazia, giustizia, amore, merito, fascismo, bullismo o successo. Le pronunciamo con naturalezza, convinti che il loro significato sia evidente. Eppure, basta ascoltare due persone discutere dello stesso argomento per accorgersi che spesso stanno usando la stessa parola per indicare realtà completamente diverse.
È proprio da questa osservazione che nasce una domanda fondamentale: le parole descrivono davvero la realtà oppure descrivono il modo in cui la interpretiamo?
"La scienza è un modo di pensare molto più che un insieme di conoscenze."
— Carl Sagan, The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark (Il mondo infestato dai demoni)
L'esempio più semplice è davanti ai nostri occhi. Un bicchiere d'acqua e un bicchiere di vodka possono apparire identici. Hanno lo stesso colore, la stessa trasparenza e, a prima vista, sembrano indistinguibili. La differenza emerge soltanto quando andiamo oltre l'apparenza e osserviamo il contenuto e le conseguenze che produce. La parola, da sola, non basta mai.
Lo stesso accade nel dibattito pubblico. Qualcuno parla di libertà, qualcun altro di sicurezza, un altro ancora di giustizia. Le discussioni si accendono rapidamente perché ciascuno reagisce alla parola, non sempre al significato che l'altro le attribuisce. Così due persone possono litigare per ore senza accorgersi che stanno utilizzando lo stesso termine per indicare cose profondamente diverse.
Per questo motivo, su Controbattere, preferiamo fermarci un passo prima delle conclusioni. Quando utilizziamo una parola importante, la prima domanda non è se sia giusta o sbagliata. La domanda è: che cosa comprende davvero? Che cosa esclude? Quale realtà sta cercando di descrivere?
"Il primo principio è che non devi ingannare te stesso, e tu sei la persona più facile da ingannare."
— Richard P. Feynman, Surely You're Joking, Mr. Feynman! (Sta scherzando, Mr. Feynman!)
Pensiamo, ad esempio, alla parola libertà. È una delle parole più utilizzate nel linguaggio politico, filosofico e quotidiano. Ma quale libertà? Libertà di fare cosa? Entro quali limiti? Quali responsabilità comporta? E soprattutto, se la definizione che stiamo utilizzando è coerente, quali effetti dovremmo osservare nella realtà? È questa domanda che trasforma una semplice affermazione in un ragionamento.
Lo stesso vale per termini come bullismo, fascismo, successo, intelligenza o merito. Dare un nome a un fenomeno non significa ancora averlo compreso. Ogni definizione mette in evidenza alcuni aspetti della realtà e ne lascia inevitabilmente altri sullo sfondo. Per questo motivo nessuna parola dovrebbe sostituire l'osservazione dei fatti.
Il rischio nasce quando smettiamo di verificare ciò che le parole indicano concretamente. A quel punto le etichette prendono il posto della realtà. Le discussioni diventano uno scambio di slogan, mentre il confronto sui comportamenti, sui contesti e sulle conseguenze scompare progressivamente. È in quel momento che le parole smettono di aiutarci a comprendere il mondo e iniziano, talvolta, a nasconderlo.
Per questo motivo Controbattere non si limita a discutere le conclusioni. Cerca di comprendere il percorso che conduce a quelle conclusioni. Quando leggiamo un libro, ascoltiamo un'intervista o affrontiamo un tema complesso, la domanda non è soltanto se siamo d'accordo. La domanda diventa: che cosa descrive davvero questa parola? Se questa interpretazione fosse corretta, quali conseguenze dovremmo osservare nella realtà?
Le osservazioni e non le apparenze devono guidarci."
— Francis Bacon, Novum Organum
Forse è proprio qui che inizia il pensiero critico. Non quando impariamo nuove parole, ma quando smettiamo di confonderle con la realtà che pretendono di rappresentare.
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