LE RELIGIONI DEI TACCAGNI
Quando il centro della relazione non sei tu… ma la comodità che rappresenti
“La vera misura di un uomo non è come si comporta nei momenti di comfort e convenienza, ma come si comporta nelle sfide e nelle controversie.”
— Martin Luther King Jr., Strength to Love
Viviamo in un’epoca in cui moltissime persone parlano continuamente di:
amicizia,
empatia,
relazioni vere,
connessioni profonde,
umanità.
Eppure, osservando meglio i comportamenti quotidiani, emerge qualcosa di molto diverso.
Perché a volte una persona non cerca davvero:
la tua presenza,
la tua compagnia,
la tua energia umana.
Cerca semplicemente qualcuno che le semplifichi la vita.
È una differenza enorme.
Lo capisci da dettagli apparentemente piccoli:
ti cercano solo se puoi dare un passaggio,
si muovono solo se organizzi tutto tu,
partecipano solo se gli togli fatica,
spariscono appena smetti di facilitargli qualcosa.
Ed è qui che molte persone iniziano finalmente a vedere una verità scomoda:
il centro della relazione non sei tu.
È la comodità che rappresenti.
“L’inferno sono gli altri… quando il rapporto con loro diventa possesso, dipendenza o consumo reciproco.”
— Jean-Paul Sartre, A porte chiuse
La nuova religione della convenienza
Per questo il termine “religioni del taccagno” è molto più profondo di quanto sembri.
Perché non parla soltanto di soldi.
Parla di una mentalità moderna:
ottenere senza costruire,
ricevere senza investire,
consumare la disponibilità degli altri senza vera reciprocità.
Esistono persone che vivono le relazioni come:
distributori di vantaggi,
scorciatoie,
facilitazioni,
appoggi emotivi,
luoghi da cui prendere continuamente qualcosa.
E spesso tutto questo viene mascherato da:
simpatia,
amicizia,
confidenza,
“ma che ti costa?”,
“dai, esageri”.
Ma una relazione autentica non vive soltanto di ciò che riceve.
Vive anche di:
presenza reale,
partecipazione,
reciprocità,
desiderio spontaneo di esserci,
capacità di investire energia nella relazione.
Quando la gentilezza diventa sfruttamento
Una delle cose più difficili da comprendere è questa:
essere una persona disponibile non significa dover diventare automaticamente:
l’autista,
il bancomat,
il risolutore,
il terapeuta,
o il contenitore infinito dei problemi degli altri.
Molte persone con grande sensibilità finiscono infatti intrappolate in relazioni squilibrate proprio perché confondono:
l’umanità
con il sacrificarsi continuamente.
Ma esiste una differenza enorme tra:
essere presenti
ed essere usati.
Puoi:
ascoltare qualcuno,
avere empatia,
aiutare ogni tanto,
essere umano,
dare presenza reale.
Senza però perdere te stesso nel tentativo di sostenere continuamente persone che si muovono soltanto quando conviene a loro.
“Chi ama davvero non vive continuamente chiedendo. Costruisce, partecipa, si assume presenza e responsabilità.”
— Erich Fromm, L’arte di amare
La comodità non è amicizia
Una relazione sana si riconosce anche da una cosa molto semplice:
l’altra persona si muove anche senza ottenere qualcosa immediatamente.
Perché se qualcuno:
non verrebbe mai spontaneamente,
non investe mai energia propria,
non fa mai un passo reale verso di te,
ma appare soltanto quando può ricevere un vantaggio…
allora forse non sta cercando davvero te.
Sta cercando la funzione che rappresenti nella sua vita.
E questo vale:
nell’amicizia,
nell’amore,
nel lavoro,
nelle collaborazioni,
e perfino nei rapporti familiari.
“Le persone non usano mai il potere soltanto per il potere. Lo usano per ottenere vantaggi, controllo e dipendenza.”
— Michel Foucault, Sorvegliare e punire
Oltre il taccagnesimo relazionale
Andare oltre le religioni del taccagno non significa diventare freddi o cinici.
Significa imparare a vedere meglio.
Capire:
chi cerca davvero la tua presenza,
chi costruisce reciprocità,
chi investe sinceramente nella relazione,
e chi invece vive continuamente nel:
“cosa posso ottenere?”
Perché una relazione autentica non nasce dal continuo consumo degli altri.
Nasce quando due persone:
si scelgono,
si muovono,
si cercano,
e costruiscono insieme qualcosa che va oltre la semplice comodità.
Ed è forse proprio qui che inizia una forma più evoluta di presenza umana:
restare disponibili senza diventare servitori,
restare empatici senza perdere se stessi,
restare umani senza vivere continuamente usati.
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