L’assedio dei ribelli
Resistere non è vincere.È continuare a esisterequando qualcuno ha decisoche non dovresti farlo.
Perché Cuba non è in crisi, ma sotto una guerra economica che dura da oltre sessant’anni
Cuba non è una cartolina.
Non è un’utopia fallita.
Non è nemmeno un’anomalia storica.
Cuba è un corpo sotto pressione costante.
Da oltre sessant’anni vive dentro un esperimento che l’Occidente preferisce non chiamare col suo nome: assedio. Non bombe. Non carri armati. Ma asfissia economica prolungata, resa invisibile dal linguaggio diplomatico.
Quando Donald Trump annuncia nuove sanzioni contro chi fornisce petrolio all’isola, non inaugura nulla. Continua un protocollo già rodato: punire chi non si allinea.
Non è un embargo. È una gabbia.
La parola embargo suona neutra, tecnica, quasi amministrativa.
Ma quando dura decenni, non è più uno strumento politico: è ingegneria della sofferenza.
Dal 1959 in poi gli Stati Uniti d'America hanno:
-
tentato invasioni dirette
-
finanziato golpe e gruppi armati
-
sostenuto azioni terroristiche contro il turismo
-
bloccato l’accesso a farmaci, tecnologia, credito, materie prime
E poi hanno detto:
“Vedete? Il sistema non funziona.”
È come chiudere una persona in una stanza senza ossigeno
e accusarla di non saper respirare.
Non è un meccanismo nuovo.
È la stessa logica descritta da Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano: territori svuotati dall’esterno e poi giudicati incapaci di stare in piedi da soli.
La trappola narrativa: colpevolizzare chi resiste
Qui il dispositivo diventa raffinato.
Non si dice:
“La isoliamo.”
Si dice:
“È inefficiente.”
Non si dice:
“Le impediamo di commerciare.”
Si dice:
“È il suo modello.”
Il bersaglio non è Cuba.
È l’idea stessa che una nazione possa non piegarsi.
Puoi amare o detestare i barbudos, la Rivoluzione, il sistema politico cubano.
Non è questo il punto.
Il punto è un dato strutturale:
chi non si arrende viene punito fino allo sfinimento.
È la grammatica del potere globale: quando un paese non si allinea, il problema non è ciò che fa, ma il fatto stesso che esista fuori dall’egemonia, come mostrato da Noam Chomsky in Egemonia o sopravvivenza.
Cuba non è il problema. È l’avvertimento.
Cuba ha provato ogni via:
-
dialogo diplomatico
-
aperture economiche controllate
-
cooperazione internazionale
Ha mandato medici, non eserciti.
Anche in Europa, anche in Italia, quando gli ospedali erano al collasso.
Eppure l’assedio non si è fermato.
Perché non è una questione di dialogo.
È una questione di esempio.
Se Cuba regge, dimostra che:
-
l’indipendenza non è impossibile
-
la sottomissione non è l’unica via
-
dire no ha ancora un senso
Ed è questo che va spento.
La pressione economica continua non serve a correggere un sistema, ma a renderlo fragile fino a far apparire inevitabile la resa: un meccanismo che Naomi Klein ha reso esplicito in Shock economy.
Il Prezzo di Non Scomparire
Non sempre un sistema elimina ciò che lo mette in crisi.
Quando non può farlo apertamente, lo isola.
Non risponde alle domande.
Taglia le connessioni.
Spegne le risorse.
Rende costoso esistere.
Poi osserva.
Se ciò che resiste cede, dirà che era fragile.
Se sopravvive, dirà che è pericoloso.
È così che il sapere diventa colpa.
Non perché sia falso,
ma perché non può essere assorbito.
E quando una realtà continua a stare in piedi
senza chiedere permesso,
senza legittimazione,
senza abiura,
il problema non è ciò che dice
ma il fatto stesso che esista.
Guardata dal basso, questa storia non parla di ordine né di stabilità, ma di isolamento e punizione come strumenti politici, lo stesso cambio di prospettiva che attraversa Storia del popolo americano di Howard Zinn.
Quando i ribelli non si arrendono
Cuba soffre, sì.
Manca tutto.
Ma non manca la dignità.
Come ricorda Michele Piras, se oggi non si riconosce l’ingiustizia subita da Cuba, domani non cadrà solo Cuba.
Cadrà ogni idea di:
-
sovranità reale
-
autonomia politica
-
indipendenza non negoziabile
Perché il messaggio è limpido:
puoi essere libero
finché non lo dimostri
Quando un sistema non riesce a spezzare ciò che ha davanti,
prova a farlo sparire.
Resistere, allora, non è ribellione.
È semplice continuità dell’esistenza.
"Non è Cuba a essere sotto processo.
È l’idea che qualcuno possa non inginocchiarsi.
Quando il potere smette di convincere,
comincia ad assediare."
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