Quando Nessuno È in Gioco

Dove Nessuno È in Gioco, Non Può Nascere Tifo

Qui “tifo” non significa applauso o folla.
Significa riconoscere che qualcuno sta rischiando qualcosa al posto tuo.

C’è una sensazione strana che molte persone provano nei locali, anche senza saperla nominare.
Le luci ci sono.
La musica è alta.
La gente è tanta.

Eppure manca qualcosa.

Non entusiasmo.
Non divertimento.
Manca il tifo.

Non quello urlato, ma quello sottile:
quel sentire che qualcosa sta accadendo davvero, che qualcuno è in gioco, che vale la pena esserci.

Il tifo non nasce dal numero, nasce dal ruolo

Il tifo non è una reazione emotiva spontanea.
È una struttura.

Nasce solo quando esistono tre elementi insieme:

  1. qualcuno che è in gioco

  2. qualcuno che assiste

  3. una posta simbolica (anche minima)

È così nello sport, nella musica, nel teatro, in una discussione viva, in un laboratorio creativo.

Quando qualcuno fa,
qualcun altro può riconoscersi.

Quando qualcuno rischia,
qualcun altro può tifare.

Johan Huizinga, in Homo Ludens, mostra che il gioco non è intrattenimento ma struttura culturale: nasce solo dove esiste una posta simbolica, un rischio riconoscibile e qualcuno disposto a reggerlo.

Nei locali questa struttura è saltata

Oggi, in molti contesti notturni, questa triangolazione non esiste più.

Non perché le persone siano “vuote”.
Ma perché sono tutte sullo stesso piano.

Tutti presenti.
Tutti visibili.
Tutti senza ruolo.

Nessuno rappresenta qualcosa per qualcun altro.
Nessuno è nominabile.
Nessuno sta davvero portando un gesto.

Quando:

  • nessuno gioca

  • nessuno guida

  • nessuno rischia

non può nascere tifo.
Solo consumo simultaneo.

Elias Canetti, in Massa e potere, descrive questo stato come massa senza direzione: una presenza collettiva che occupa spazio ma non genera gesto, perché nessuno è autorizzato a rappresentare qualcosa per gli altri.

Presenza non è funzione

Essere presenti non significa essere in gioco.

Puoi essere visto, salutato, incluso…
e non essere riconosciuto.

Il riconoscimento nasce quando il contesto sa dire qualcosa di te.

Non:
“c’era anche lui”.

Ma:
“lui fa questo”.
“lui è quello che…”.

Senza questa nominazione simbolica, la presenza resta piatta.
E il corpo, anche senza pensarci, lo sente.

Erving Goffman ha mostrato che l’identità esiste solo dentro una scena riconoscibile: senza ruolo, senza funzione, senza posta, la presenza resta visibile ma non diventa mai nominabile.

Perché alcuni attirano in silenzio

In mezzo a contesti senza ruolo, ci sono figure che spiccano senza cercarlo:
chi lavora mentre gli altri consumano,
chi è in funzione mentre gli altri passano,
chi fa qualcosa, invece di riempire il tempo.

Non attirano perché sono speciali.
Attirano perché occupano un posto.

Non chiedono attenzione.
La generano.

Ed è per questo che, anche in un locale, chi è lì per fare qualcosa produce un campo diverso:
non beve,
non si disperde,
non cerca.

È già nominabile.

Il vuoto non è noia, è assenza di gioco

Il disagio che molti sentono non è “noia”.
È assenza di dinamica.

È come entrare in uno stadio senza partita:
le tribune ci sono,
la gente c’è,
il rumore c’è.

Ma non succede nulla.

E dove non succede nulla,
il desiderio non sa dove andare.

Perché alcuni contesti spengono e altri nutrono

Non tutti i luoghi sono fatti per tutti.
Non per gusto, ma per struttura.

Ci sono contesti che:

  • riconoscono competenze

  • nominano percorsi

  • restituiscono posizione

E altri che:

  • assorbono presenze

  • livellano differenze

  • neutralizzano il gesto

Il corpo lo sa prima della testa.

Quando sei in un luogo che non sa leggerti,
non è il luogo a essere “sbagliato”.
È semplicemente non tuo.

Dove tutti sono presenti, ma nessuno è in gioco

Questa è la fotografia di molti spazi contemporanei:
tanta esposizione,
poco rischio,
nessuna posta.

E senza posta,
non può nascere tifo.

Solo rumore.

Byung-Chul Han descrive questo esito come la condizione tipica dei contesti contemporanei: tutto è esposto, tutto è presente, ma nulla è realmente in gioco.

Controbattere nasce qui

Controbattere non parla di persone.
Parla di strutture invisibili che decidono cosa può accadere.

E una di queste strutture è questa:

dove i ruoli spariscono, sparisce anche il desiderio collettivo.

Non perché le persone siano spente,
ma perché nessuno è più autorizzato a giocare davvero.

Dove tutti sono presenti ma nessuno è in gioco,
non può nascere tifo. 
 

Perché il tifo nasce solo quando qualcuno rischia qualcosa di vero,
e qualcun altro può finalmente smettere di passare
e iniziare a sentire.

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