L’Equivoco Europeo
Europei per Caso

Quando smetti di generare il tuo tempo e inizi a vivere in quello di qualcun altro

«Non siamo stati conquistati.
Siamo stati sollevati dalla fatica di costruire il nostro tempo.
Ed è lì che abbiamo smesso di essere europei.»

C’è una frase di Giorgio Gaber che continua a far ridere anche chi non è d’accordo con lui:

«Se non c’erano gli americani a quest’ora noi eravamo europei.»

Fa ridere perché sembra una battuta.
Ma è una di quelle frasi che non spiegano: orientano.

Non parla di America.
Non parla di Europa.
Parla di perdita di forma.

Non è un aiuto. È una sostituzione

Dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa non riceve solo aiuti economici.
Riceve qualcosa di più potente: un tempo già pronto.

Arrivano:

  • modelli di consumo

  • velocità

  • semplificazione

  • immaginari

  • modi di desiderare

Non arriva la cultura.
Arriva il costume.

Gaber lo dice chiaramente, correggendosi di continuo:

“Cultura… no, non cultura.”

Perché la cultura chiede attrito.
Il costume scorre.

E quando qualcosa scorre troppo bene, non lascia tracce.

La differenza tra produrre e adattarsi

Essere “europei”, per Gaber, non significa essere migliori.
Significa essere produttori di forma.

L’Europa era lenta.
Contraddittoria.
Pesante.
Piena di memoria.

Difetti? Certo.
Ma erano difetti generativi.

Quando invece adatti un modello già funzionante, succede una cosa precisa:

  • smetti di creare il tuo tempo
  • inizi a occupare quello di qualcun altro

Non sei colonizzato con la forza.
Sei sollevato dalla fatica.

I “portatori sani”

Uno dei passaggi più feroci di Gaber è questo:

“Sono portatori sani di democrazia.”

Non fa male a loro.
Ma ti viene addosso.

La democrazia non come scelta storica,
ma come pacchetto esportabile.

Stesso discorso per la libertà.

La libertà che non costruisce differenze

Qui Gaber fa qualcosa di imperdonabile per il pensiero moderno:
mette in dubbio la libertà.

“A me l’America non mi fa niente bene.
Troppa libertà.”

Non è una provocazione ideologica.
È un’osservazione strutturale.

Una libertà:

  • disponibile per tutti

  • uguale per tutti

  • senza forma

non genera individui.
Genera superfici.

“Ognuno suona come vuole
e tutti suonano come vogliono.”

Risultato:
nessuno suona davvero.

La libertà, quando non è costruita,
non libera: appiattisce.

Buoni e cattivi: non per teoria, per esperienza

Altro punto chiave.

Il mondo diviso in buoni e cattivi
non nasce da una filosofia.
Nasce dal potere di vincere.

I buoni sono quelli che vincono.
E chi vince non ha bisogno di spiegarsi.

Questa semplicità funziona benissimo
in un sistema che non vuole pensiero,
ma adesione rapida.

Perché questa frase oggi è ancora più vera

Quando Gaber pronunciava quella battuta,
l’Europa stava ancora decidendo.

Oggi no.

Oggi:

  • replichiamo modelli

  • importiamo linguaggi

  • imitiamo conflitti

  • discutiamo giochi che non decidiamo

Non siamo stati conquistati.
Abbiamo smesso di produrre alternative.

Ed è qui che la frase smette di essere ironica.

Essere europei non era un’identità. Era un processo

“Eravamo europei” non significa:

  • superiorità

  • purezza

  • tradizione

Significa lavorare dentro la complessità.

Tenere insieme:

  • lentezza e invenzione

  • memoria e conflitto

  • forma e contraddizione

Quando rinunci a questo lavoro,
diventi efficiente.
Ma non inevitabile.

Il punto che Gaber lascia aperto

Gaber non propone soluzioni.
Non invita a tornare indietro.
Non fa appelli.

Fa qualcosa di molto più pericoloso:
 mostra

il punto in cui abbiamo smesso di scegliere

E quando una società smette di scegliere,
non perde libertà.
Perde posizione.

Rifletti – Non è nostalgia. È orientamento

La frase di Gaber non dice:
“Era meglio prima”.

Dice:

Quando non costruisci il tuo tempo,
qualcun altro lo farà al posto tuo.

E allora non sei sconfitto.
Sei occupato.

Non da un esercito.
Ma da un ritmo che non è il tuo.

Ed è per questo che quella battuta,
oggi,
fa meno ridere.

«Quando una società rinuncia a generare forma,
non perde libertà:
perde posizione.
E chi perde posizione
vive sempre nel tempo di qualcun altro.»

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