OCCUPA UNA POSIZIONE
Perché la grandezza immaginata produce impotenza reale
«Il prestigio è ciò che si guarda.
La posizione è ciò che costringe a fare i conti con te.
Finché la tua assenza non crea un problema,
non stai esercitando potere: stai solo venendo osservato.»
C’è un errore ricorrente, quasi automatico, nel modo in cui molte società parlano di sé stesse quando si sentono marginalizzate: scambiano il patrimonio per il potere.
È un errore elegante, colto, persino affascinante.
Ed è proprio per questo che funziona così bene.
La sequenza è sempre la stessa:
si elenca ciò che si è stati, ciò che si possiede simbolicamente, ciò che si rappresenta culturalmente.
Arte, storia, bellezza, identità, genialità passata.
Poi si osserva il presente e si prova uno scarto doloroso:
perché, se siamo così grandi, perché non decidiamo?
Il problema non è la domanda.
Il problema è la struttura che la genera.
La trappola del prestigio
Il prestigio è una cosa reale.
Ma non è una leva.
Funziona finché qualcuno:
-
ti guarda
-
ti visita
-
ti studia
-
ti ammira
Nel momento in cui entra in gioco la decisione, il prestigio smette di contare.
Non perché sia falso, ma perché non produce conseguenze.
Un museo non decide.
Un archivio non negozia.
Una memoria non impone.
La storia può essere celebrata,
ma non può far saltare un tavolo.
Qui avviene il primo slittamento strutturale:
si confonde la visibilità simbolica con la posizione funzionale.
Quando l’orgoglio diventa una posizione debole
C’è un paradosso che attraversa molti discorsi identitari:
più si insiste sulla propria grandezza,
più si dimostra di non avere leve nel presente.
Non è una questione psicologica.
È una questione di assetto.
Chi ha una posizione reale:
-
non deve ricordare chi è stato
-
non deve spiegare il proprio valore
-
non deve indignarsi per essere ignorato
Chi occupa una posizione reale produce effetti, non narrazioni.
L’orgoglio, in assenza di leve, non rafforza.
Sostituisce l’azione strutturale con un racconto compensatorio.
Il falso nemico: l’umiliazione
In molti discorsi compare sempre un presunto colpevole esterno:
qualcuno che “umilia”, che “schiaccia”, che “decide per gli altri”.
Ma l’umiliazione non è una strategia.
È un effetto collaterale.
Non nasce dalla volontà di offendere,
nasce dalla asimmetria di posizione.
Quando una parte:
-
non può dire no
-
non può creare costi
-
non può rendere problematica la propria esclusione
non viene umiliata.
Viene gestita.
Il linguaggio dell’umiliazione serve solo a mascherare un fatto più scomodo:
non si è al tavolo come soggetti decisionali, ma come presenze decorative.
Occupare una sedia non è occupare una posizione
Essere presenti non equivale a contare.
Parlare non equivale a negoziare.
Essere ascoltati non equivale a influire.
Esiste una differenza netta, strutturale, non morale, tra:
-
chi occupa una posizione
-
chi occupa una sedia
La posizione è tale solo se:
-
la tua assenza crea un problema
-
la tua esclusione ha un costo
-
il tuo rifiuto produce una conseguenza
Senza questi elementi, la presenza è formale.
E la formalità non comanda.
Il mito dell’“oro sotto i piedi”
Dire che esiste “oro sotto i piedi” è una formula potente,
ma rivela un altro equivoco strutturale:
confondere il possesso con l’attivazione.
Avere risorse non significa usarle come leva.
Avere valore non significa trasformarlo in posizione.
Nel mondo reale:
-
l’oro non conta se non è mobilitato
-
la bellezza non conta se non incide
-
la cultura non conta se non orienta decisioni
Il sistema non risponde a ciò che esiste.
Risponde a ciò che interferisce.
Perché il passato non aiuta il presente
Il richiamo costante agli avi, ai geni, ai maestri del passato non è casuale.
È un segnale.
Quando il presente non produce potere,
si costruisce una genealogia simbolica per legittimare un’assenza.
Ma il potere non è ereditario.
È situazionale.
Non passa per discendenza.
Passa per posizionamento.
E ogni volta che il passato viene usato come argomento,
il presente viene implicitamente dichiarato inermi.
Non comanda nessuno
Il punto più difficile da accettare è questo:
non comanda nessuno in quanto persona.
Comanda una funzione.
Comanda una capacità.
Comanda una posizione.
Chi crea conseguenze comanda.
Chi non ne crea, viene attraversato dalle decisioni altrui.
Non è una questione di dignità.
È una questione di architettura del potere.
La legge che resta quando il rumore finisce
Tolta la retorica, tolta l’indignazione, tolto l’orgoglio ferito,
rimane una sola domanda operativa:
se oggi sparisci, cosa succede?
Se la risposta è “niente”,
non stai perdendo potere.
Non lo stavi esercitando.
Rifletti
Non è chi sei a determinare il comando,
ma la posizione che occupi.
Conta se puoi creare conseguenze,
se puoi far saltare il tavolo,
se la tua esclusione ha un costo.
Se questo non esiste,
non stai trattando:
stai solo occupando una sedia.
E allora non importa quanto vali,
quanto sei colto
o quanta storia racconti:
qualcun altro deciderà per te.
«Non comanda chi ha una storia,
comanda chi può creare una conseguenza.
Se la tua esclusione non ha costo,
non sei stato sconfitto:
semplicemente non eri nella partita.»
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