Quando Vivere Non Era Concesso
Quando Vivere Non Era Concesso

Il punto non è ricordare il passato
ma riconoscere il meccanismo che lo ha reso inevitabile

La storia non inizia mai con la violenza.
Inizia quando qualcuno decide che esiste un modo giusto di essere umani
e che chi non vi rientra deve correggersi, redimersi o scomparire.
Tutto il resto viene dopo.

Ci sono momenti storici in cui vivere non è un diritto implicito.
Non perché manchi la vita, ma perché qualcuno decide chi la merita.

Non accade all’improvviso.
Non nasce dall’odio.
Non inizia con la violenza.

Inizia sempre nello stesso modo:
con un’idea apparentemente ragionevole di uomo giusto.

Il modello viene prima della condanna

Ogni sistema totalizzante funziona secondo una sequenza stabile.

Prima costruisce un modello umano:

  • sano

  • puro

  • corretto

  • redento

  • produttivo

  • normale

Un modello che non nasce per descrivere la realtà,
ma per valutarla.

Poi quel modello viene presentato come ovvio.
Naturale.
Necessario.

A quel punto la realtà fa una cosa molto semplice:
non coincide.

L’essere umano reale:

  • vive come può

  • desidera ciò che non dovrebbe

  • devia

  • sbaglia

  • resiste

  • non si allinea

Ed è lì che il sistema smette di spiegare
e inizia a classificare.

Quando l’uomo reale diventa un errore

Nel momento in cui esiste un uomo giusto,
l’uomo reale diventa una versione difettosa.

Non ancora un nemico.
Non subito una colpa.

Un problema.

Ed è qui che vivere smette di essere ovvio
e comincia a dover essere giustificato.

Chi non rientra nel modello:

  • deve correggersi

  • deve redimersi

  • deve guarire

  • deve obbedire

Oppure scomparire.

Non perché odiato,
ma perché incompatibile.

È il punto in cui Primo Levi, in Se questo è un uomo, mostra cosa accade quando l’essere umano non è più dato per scontato, ma deve dimostrare di meritare di restare vivo.

La violenza arriva sempre dopo

Un errore ricorrente è credere che i campi, le epurazioni, le persecuzioni
siano il punto di partenza.

Non lo sono mai.

Sono la conseguenza finale di un processo già accettato.

Prima si accetta l’idea che:

  • non tutti sono uguali nel valore

  • non tutte le vite pesano allo stesso modo

  • non tutti hanno diritto di esistere così come sono

Solo dopo diventa possibile decidere
chi può vivere e chi no
senza sentirsi colpevoli.

La violenza non crea il sistema.
Lo esegue.

Hannah Arendt, ne La banalità del male, descrive proprio questo: non il trionfo dell’odio, ma l’efficienza di un sistema in cui nessuno si sente responsabile mentre tutto diventa possibile.

Perché questa frase è intollerabile per il potere

“Ognuno ha il diritto di vivere come può.”

Questa frase non nasce come teoria.
Entra nel linguaggio comune nel 1965, quando Caterina Caselli la canta in Nessuno mi può giudicare, in un’Italia ancora attraversata da morale cattolica, colpa, giudizio sociale e bisogno di autorizzazione.
Non è una canzone politica.
Ed è proprio questo che la rende pericolosa.

Perché afferma una cosa che nessun potere può tollerare:
che l’esistenza non deve essere valutata, corretta o redenta per essere legittima.

Ogni ideologia totalizzante funziona al contrario.
Ha bisogno di un modello umano — puro, giusto, sano, normale — e misura la vita reale su quel modello.
Ma dire che ognuno ha il diritto di vivere come può significa negare al potere il diritto stesso di giudicare l’essere umano.

Non promette un mondo migliore.
Spezza il meccanismo.

E quando il meccanismo si spezza, non resta più l’uomo ideale.
Resta l’uomo reale.
Ed è sempre lì che il potere smette di reggere.

La memoria non è celebrazione, è avvertimento

Il Giorno della Memoria non serve a ricordare “cosa è successo”.

Serve a ricordare come è stato possibile.

Serve a rendere visibile una struttura che tende sempre a ripresentarsi,
ogni volta che qualcuno dice:

  • “lo facciamo per il bene”

  • “è giusto così”

  • “non possiamo permetterci deviazioni”

La memoria non riguarda il passato.
Riguarda il punto esatto in cui una società
decide che l’uomo reale è un problema da risolvere.

Non per ricordare ciò che è stato,
ma per riconoscere quando sta tornando.

Quando vivere torna a essere concesso

Ogni volta che la vita viene subordinata a un modello,
vivere smette di essere un fatto
e diventa una concessione.

E quando vivere è concesso,
può anche essere revocato.

Non serve un regime esplicito.
Non serve una divisa.
Non serve un campo.

Basta un’idea semplice:
che l’essere umano debba essere all’altezza di qualcosa
per avere diritto di esistere.

Ciò che resta quando il modello cade

Quando cade l’uomo ideale,
non resta il caos.

Resta l’unica cosa che c’è sempre stata:
l’uomo reale.

Imper­fetto.
Contraddittorio.
Non allineabile.

Che vive come può.

Ed è esattamente questo
che nessuna ideologia totalizzante
potrà mai tollerare.

Ogni volta che la vita deve essere giustificata davanti a un modello,
vivere smette di essere un diritto e diventa una concessione.
È lì che la memoria non riguarda più il passato,
ma il punto esatto in cui una società decide chi è di troppo.

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