Conflitto tra popolazione e regime
“Il potere non decide cosa è vero.
Decide chi può dirlo senza essere messo in discussione.”
Questo testo non accusa. Non consola. Non interpreta.
Nomina un campo.
Un campo in cui due funzioni convivono e si scontrano ogni giorno:
la popolazione, intesa come vita organica, desiderante, vulnerabile;
il regime, inteso non come governo politico, ma come incarico narrativo (funzione meditica) che decide cosa è visibile, dicibile, spendibile.
Non è un conflitto morale. Non è uno scontro ideologico. È un conflitto di funzionamento.
Il regime non è un potere: è un incarico narrativo
Un incarico narrativo compie un’operazione precisa: permettere ad alcuni di dire “io sono notizia” senza essere messi in discussione.
Questo è il cuore del regime.
Quando si parla di regime, l’errore più comune è immaginare un soggetto. Un gruppo di persone. Un’élite. Un nemico.
Qui il termine regime indica altro: una funzione impersonale.
Il regime è ciò che:
seleziona cosa può diventare notizia;
decide quali forme di parola circolano;
trasforma la vita in narrazione consumabile;
premia ciò che è immediatamente leggibile e penalizza ciò che richiede tempo.
Il regime non ha bisogno di imporre.
Ha bisogno di legittimare alcune voci come indiscutibili.
Quando una voce può dire “io sono notizia” senza essere attraversata da attrito, verifica, contraddittorio, quella voce non è forte: è incaricata narrativamente.
Ed è il regime che rende possibile questa funzione. Non costringe. Organizza il desiderio.
Funziona come un filtro. Non dice “questo è vero”. Dice: “questo passa”.
"Il regime non ha bisogno di silenziare le voci.
Gli basta scegliere chi può spiegare senza essere messo in discussione."
La popolazione non è ignorante: è esposta
Dall’altra parte non c’è “il popolo” come categoria romantica. C’è la popolazione come insieme di organismi viventi.
Corpi che:
vogliono vivere;
vogliono appartenere;
vogliono essere visti;
vogliono non sparire.
La popolazione non è stupida. È continuamente esposta.
Esposta a:
messaggi semplificati;
narrazioni emotivamente cariche;
conflitti prefabbricati;
identità pronte all’uso.
Il regime non sfrutta l’ignoranza. Sfrutta la vulnerabilità strutturale della vita che vuole vivere.
Il punto di frizione: la scena
Il conflitto reale si gioca su un punto preciso:
la scena
La scena è lo spazio simbolico in cui l’esistenza viene riconosciuta.
Essere sulla scena significa:
contare;
esistere per qualcuno;
avere un posto nel racconto.
Il regime governa la scena. La popolazione cerca di entrarci.
Qui nasce il conflitto.
Non perché qualcuno sia cattivo. Ma perché:
la scena è limitata;
l’attenzione è scarsa;
la visibilità è una risorsa.
“Dire ‘io sono’ non descrive un fatto.
È un atto di investitura.”
Quando la vita diventa funzione
Per entrare nella scena, la vita deve adattarsi.
Deve:
semplificarsi;
rendersi riconoscibile;
rinunciare alla complessità;
diventare funzione narrativa.
Non importa chi sei. Importa a cosa servi.
Qui la trasformazione si blocca.
Perché la vita che si riduce a funzione:
smette di cambiare;
deve ripetersi;
deve confermare l’immagine che la rende visibile.
Il regime non chiede verità. Chiede coerenza narrativa.
"Spiegare il potere senza rischiare la propria posizione non è analisi.
È un incarico narrativo."
Il mito del conflitto ideologico
Il regime protegge se stesso producendo conflitti di superficie.
Mentre la popolazione discute chi ha ragione, il regime continua a svolgere indisturbato la sua funzione principale:
decidere chi può dire “io sono notizia” senza essere messo in discussione
Il regime ama presentare il conflitto come ideologico:
destra vs sinistra;
bene vs male;
libertà vs dittatura;
progresso vs arretratezza.
Questi conflitti sono scenografie.
Servono a:
creare tifoserie;
organizzare l’indignazione;
mantenere alta l’attenzione.
Ma il conflitto reale non è lì.
Il conflitto reale è tra:
vita che vuole esistere senza ridursi a spettacolo;
sistema che esiste solo se tutto diventa spettacolo.
La trappola dell’incarico narrativo
La notizia non nasce dalla trasformazione.
Nasce dalla legittimazione preventiva.
È notizia chi può parlare in virtù di un incarico narrativo senza dover dimostrare. È notizia chi occupa una posizione che il regime ha già reso sicura. Nasce dalla utilizzabilità.
È notizia ciò che:
provoca una reazione immediata;
può essere capito in pochi secondi;
conferma un frame già noto;
produce traffico.
La vita che attraversa una trasformazione reale:
è lenta;
è ambigua;
è silenziosa;
è difficile da raccontare.
Per questo non è competitiva nel mercato della notizia.
Non perché valga meno. Ma perché non serve al regime.
Non accusare, non consolare, non interpretare
“Un’affermazione che non può essere controllata
non è falsa: è solo narrazione.”
Metodo: controllo delle affermazioni
Questo testo adotta un criterio semplice e severo:
ogni affermazione deve poter essere controllata;
ciò che non è verificabile viene trattato come narrazione, non come fatto;
nessuna posizione è valida per auto-proclamazione.
Non si chiede di credere. Si chiede di controllare.
Questo testo non chiede di ribellarsi. Non invita a spegnere nulla. Non propone soluzioni.
Fa una sola cosa: nomina il campo.
Mostra che:
il regime non è un nemico personale;
la popolazione non è una massa da educare;
il conflitto non è morale.
È strutturale.
E finché non viene visto come tale, si continuerà a:
odiare i personaggi;
idolatrare i portavoce;
discutere le opinioni;
ignorare il funzionamento.
Una soglia possibile
Esiste una soglia.
Non è l’uscita dalla scena. È la possibilità di non averne bisogno per esistere.
Quando la vita:
non dipende interamente dallo sguardo;
non misura il proprio valore in visibilità;
non riduce se stessa a funzione;
il regime perde presa.
Non perché venga combattuto. Ma perché non trova più materiale da organizzare.
Nessuna conclusione
Questo non è un manifesto. Non è una denuncia. Non è una terapia.
È una mappa minimale.
Serve anche a ricordare che:
un mestiere si fa;
un incarico si assume e si può lasciare;
un incarico narrativo non coincide con chi parla.
Serve a rendere visibile una cosa sola:
il regime non decide cosa è vero, ma chi può dirlo senza essere messo in discussione
Serve a una cosa sola: permettere a chi legge di capire dove si trova.
Non chi ha ragione. Non cosa pensare. Ma:
in quale campo sto vivendo?
Quando questa domanda diventa leggibile, qualcosa cambia.
Non fuori. Dentro il funzionamento.
Ed è lì che il conflitto smette di essere rumore e diventa finalmente visibile.
“Il conflitto non è tra persone.
È tra chi vive di mestieri
e chi coincide con un incarico narrativo.”
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