Oltre la siepe dello strapaese

Sempre Caro Mi Fu Questo Strapaese

“Né Dante né Leopardi — e nemmeno noi, oggi — possiamo stringere in mano una verità assoluta. Ciò che resta sono immagini, frammenti, simboli: piccoli spiragli che illuminano solo un tratto del cammino, prima che un’altra siepe si alzi davanti a noi.”

La siepe che chiude l’illusione

Sempre caro mi fu questo strapaese, / e questa siepe che da tanto m’impedisce / di vedere oltre il cortile.

Così potremmo riscrivere oggi Leopardi, se avesse davanti non Recanati ma l’Italia strapaesana dei pulpiti gonfi di nulla.
La siepe non è fatta di rami, ma di slogan vuoti, proclami da bar, frasi gridate come verità assolute.

È l’illusione di chi confonde il proprio orticello con l’universo, il pettegolezzo di paese con la filosofia, l’urlo sguaiato con la parola autorevole.
E qui Leopardi avrebbe sorriso amaro parlando di un “infinito cretino”: quell’infinito piccolo piccolo che non apre l’immaginazione, ma la chiude dentro il cortile.

La paura del vuoto dietro la siepe

Questa siepe, che dovrebbe proteggere, in realtà è solo un muro che nasconde la paura di non valere nulla.
È il politico che veste da statista la propria ansia da palco.
È il prete che maschera la noia delle sue messe con anatemi teatrali.
È il cittadino che insulta e denigra solo per non affrontare il vuoto che ha dentro.

In uno dei suoi passaggi più lucidi dello Zibaldone, Leopardi ci avverte:

“Gli uomini sono più pronti a godere del male degli altri che del proprio bene.”

Ecco lo strapaese: un palcoscenico in cui la meschinità diventa spettacolo.
Non si costruisce nulla: si gode solo a demolire.

La disillusione amara

E quando la siepe si scosta, la disillusione arriva: amara come poche cose al mondo.
Scopri che tutto quel frastuono non era forza, ma difesa.
Non era identità, ma paura di non averne una.

In quel momento la maschera cade: i coriandoli restano a terra, il carnevale finisce, e lo strapaese si rivela per quello che è – un teatrino di cartapesta.

Ancora una volta, quell’infinito cretino che Leopardi stigmatizzava si mostra nella sua forma peggiore: l’infinito ristretto a una piazza di paese, incapace di vedere oltre il proprio recinto.

Il colle della realtà

Superare la siepe significa salire il colle, uscire dall’illusione.
Vuol dire smettere di credere alle verità urlate e guardare in alto, dove la luce non è paradiso celeste, ma chiarezza concreta, reale, verificabile.

Lo strapaese è la siepe che chiude lo sguardo; la realtà, invece, è l’apertura che richiede fatica, pensiero, responsabilità.

Leopardi, nel suo libro Crestomazia italiana, ci avverte che senza fatica non c’è immaginazione, ma solo ripetizione.
Il colle è duro da salire, ma è l’unico luogo dove la visione non si riduce al solito “cretino infinito” del proprio orticello.

Il vero viaggio

Il vero viaggio non è seguire chi urla promesse dietro la siepe, ma riconoscere chi dà valore, chi coinvolge, chi sa emozionare.
Lo strapaese è rumore.
La realtà è silenzio che illumina.

Ed è qui che Leopardi torna di nuovo attuale.
Il suo aforisma dello Zibaldone è tagliente come una lama:

“Gli uomini sono più pronti a godere del male degli altri che del proprio bene.”

Parole che sembrano scritte per i talk show televisivi, per le polemiche social, per quelle piazze dove la gente applaude quando qualcuno cade, invece di costruire qualcosa per sé.

Rifletti: oltre lo strapaese

Chi vive dietro la siepe del proprio strapaese, scambia il cortile per l’universo.
Chi la scavalca, scopre la realtà.

E capisce che l’infinito vero non è il “cretino infinito” delle sagre e delle chiacchiere, ma quello che nasce quando si ha il coraggio di guardare oltre.

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