QUANDO IL GATTO NON C’È…
“Controbattere non nasce per spiegare la realtà, ma per osservare dove accade davvero.”
Senza presenza, la scena resta identica
Le sedute sono pubbliche.
Non è uno slogan. Non è una promessa politica. È una possibilità concreta, prevista, accessibile.
Eppure quasi nessuno osserva davvero.
Si parla molto di trasparenza. Si discute nei bar, sui social, nei talk show. Si commentano decisioni già prese, si giudicano volti e parole. Ma raramente qualcuno sceglie di stare dove quelle decisioni accadono.
La distanza tra ciò che viene detto e ciò che viene visto non nasce dalla mancanza di accesso. Nasce dall’assenza di presenza.
Il diritto che esiste… ma non viene esercitato
Chiunque può entrare, ascoltare, osservare senza chiedere permesso.
Non serve essere esperti. Non serve appartenere a un partito. Non serve avere un ruolo.
Eppure la maggior parte delle persone resta fuori.
Non perché non possa entrare, ma perché ha imparato a vivere la politica come racconto, non come esperienza diretta.
La scena istituzionale diventa così un teatro osservato da lontano: pieno di parole, di interpretazioni, di opinioni. Ma povero di sguardi reali.
"La presenza fisica resta qualcosa di diverso: guardare da casa è un diritto, ma esserci non produce lo stesso effetto — né per chi osserva né per chi prende parola dentro quell’aula."
Quando nessuno osserva, tutto sembra immobile
Un luogo pubblico cambia solo quando qualcuno lo guarda davvero.
Non si tratta di controllare.
Non si tratta di accusare.
Si tratta di esserci.
Quando nessuno osserva, la scena continua identica a se stessa. Non perché qualcuno la nasconda, ma perché manca la presenza che rende visibile ciò che accade.
Osservare non è un gesto contro qualcuno.
È un gesto verso se stessi.
Significa smettere di parlare di una realtà e iniziare a stare dentro quella realtà.
Dallo spettatore alla presenza
Esiste una differenza sottile tra informarsi e osservare.
Informarsi significa ricevere una narrazione già costruita.
Osservare significa entrare nello spazio dove quella narrazione nasce.
Non è un’idea nuova: già Jürgen Habermas, in Storia e critica dell’opinione pubblica, descriveva lo spazio pubblico come qualcosa che prende forma solo quando i cittadini smettono di essere spettatori e diventano presenza reale.
È la differenza tra vedere il mare in foto e stare con i piedi nell’acqua: entrambe le cose esistono, ma non producono lo stesso effetto. Non cambia solo ciò che vedi. Cambia il modo in cui il tuo corpo riconosce ciò che sta accadendo.
Quando qualcuno passa dalla distanza alla presenza, cambia qualcosa anche dentro di lui.
Non diventa automaticamente più competente.
Non diventa un esperto.
Ma smette di essere solo spettatore.
Diventa parte della scena.
"Guardare da casa è un diritto.
Essere presenti cambia l’effetto della scena, per chi guarda e per chi parla."
Trasparenza non è solo mostrare. È anche guardare.
La parola “trasparenza” viene spesso usata come richiesta rivolta agli altri: alle istituzioni, ai politici, ai sistemi.
Ma la trasparenza esiste davvero solo quando qualcuno la attraversa con lo sguardo.
Senza osservazione, anche ciò che è pubblico resta invisibile.
La presenza non è rumore.
È uno spazio silenzioso che modifica il contesto.
Per questo osservare è un diritto.
Ma è anche una responsabilità personale.
Come ricordava Vita activa. La condizione Umana di Hannah Arendt, lo spazio pubblico esiste davvero solo quando gli esseri umani appaiono gli uni agli altri: senza presenza, anche ciò che è visibile resta distante.
Quando il gatto non c’è…
L’immagine è semplice: una scena pubblica, animali eleganti nei banchi, occhi che osservano dall’alto.
Non è una satira. Non è un’accusa.
È un promemoria.
Quando nessuno guarda davvero, tutto sembra normale.
Quando qualcuno osserva, la scena cambia.
E forse la vera trasparenza non nasce da ciò che viene detto…
ma da chi sceglie di esserci.
“Non comanda chi parla di più. Cambia la scena chi sceglie di esserci.”
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