Dal Gesto Primitivo al Movimento Totale
Perché oggi tutti fanno Kick Through, anche se non sanno da dove viene
Non è nato in palestra. È nato nel corpo di chi voleva sopravvivere.
Molti lo chiamano esercizio. I più aggiornati lo inseriscono nel riscaldamento, nel conditioning, nel flow.
Ma il kick through non nasce per tonificare, scolpire o definire.
Nasce per muoversi, e soprattutto per non farsi prendere.
È un gesto animale, sfuggente, nato nei corpi di chi si trovava a combattere, cadere, rialzarsi, sfuggire o contrattaccare.
Lo trovi nei guerrieri tribali. Nei lottatori a terra.
Nei praticanti di capoeira, nei movimenti a spirale della breakdance, nel grappling, e persino nelle fasi iniziali del judo e del jiu-jitsu.
È un calcio laterale con rotazione toracica, ma anche una fuga elegante.
Una transizione tra un attacco e un contrattacco.
Un modo per spostare l’intero corpo in un secondo, senza perdere stabilità né intenzione.
Chi lo ha “codificato”?
Se parliamo di chi l’ha strutturato in un sistema moderno, il nome è Mike Fitch, fondatore del metodo Animal Flow.
Intorno al 2010, Fitch raccoglie una serie di movimenti ispirati al mondo animale, alle arti marziali e al movimento naturale, e li assembla in sequenze fluide.
Il kick through ne diventa uno dei pilastri: versatile, potente, e soprattutto replicabile a corpo libero da chiunque, in qualsiasi luogo.
Ma Fitch non lo ha inventato.
Lo ha riconosciuto.
Il movimento esisteva già, da millenni.
Nel guerriero che si difende a terra.
Nel danzatore che scivola da una posa all’altra.
Nel bambino che gioca e ruota il busto istintivamente.
Perché oggi è in ogni allenamento?
Perché è completo.
In un solo gesto, il kick through attiva:
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la forza del core (addominali profondi, obliqui, paraspinali)
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la mobilità delle anche
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la rotazione toracica, spesso dimenticata
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il controllo neuromuscolare
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la stabilità della scapola
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la capacità di transizione fluida, tipica di chi ha padronanza del corpo
Ma soprattutto, è intelligente.
Non allena un muscolo.
Allena una strategia di movimento.
Ti insegna a essere veloce senza perdere il controllo.
A spostarti senza diventare goffo.
A essere forte senza dover diventare rigido.
È un test di presenza
In palestra molti fanno squat, panca, crunch, come automi.
Il kick through no.
Se lo fai meccanicamente, crolli.
Ti costringe a essere presente.
A sentire cosa fa il piede destro mentre la mano sinistra resta a terra.
A ruotare senza perdere asse.
A coordinare spinta, estensione e respiro.
Il kick through è l’antitesi del multitasking: o ci sei, o non funziona.
La sua forza oggi? È illegale non farlo.
Chi pratica arti marziali, chi si allena con il proprio corpo, chi lavora sulla mobilità funzionale, lo include.
Non perché fa “bruciare calorie”, ma perché riattiva il linguaggio ancestrale del corpo.
È un gesto che non chiede attrezzi, solo spazio e consapevolezza.
In un’epoca dove siamo pieni di corsi, app e schede che ti spiegano come “dividere petto e tricipiti”, il kick through ti ricorda che il corpo è uno.
E si muove come tale.
Tutto insieme, in un’unica danza.
Praticamente:
Il kick through è il simbolo del ritorno al movimento vero, utile, intelligente.
Non nasce nei fitness club, ma nelle selve, nelle rotazioni spontanee, nella sopravvivenza di chi sapeva ascoltare il proprio corpo.
Oggi è ovunque.
Ed è giusto così.
Perché ogni corpo che lo pratica sta, senza saperlo, riattivando un sapere tribale.
Non di fitness. Ma di libertà.
“Non è un calcio. Non è un esercizio.
È un passaggio.
Tra l’essere goffo… e diventare padrone del proprio corpo.”