LA RIVOLUZIONE CHE DISTRUGGE IL POPOLO
La libertà non si conquista servendo il potere
«Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.»
Étienne de La Boétie — Discorso sulla servitù volontaria.
«Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.»
Étienne de La Boétie — Discorso sulla servitù volontaria.
Quando la rabbia si trasforma in devastazione, chi paga il prezzo della ribellione?
La rabbia può avere ragioni, la devastazione ha conseguenze
Quando una società attraversa un periodo difficile, quando il costo della vita aumenta, gli stipendi non bastano e molti giovani guardano al futuro senza trovare risposte, la protesta può diventare una richiesta legittima di cambiamento. Scendere in piazza per denunciare le ingiustizie, chiedere servizi pubblici migliori e contestare le scelte di chi governa fa parte della vita democratica. Ma proprio quando la rabbia è reale e comprensibile diventa necessario distinguere la protesta dalla devastazione. Le recenti violenze registrate a Milano e in diverse città francesi hanno riportato al centro questa contraddizione: manifestazioni nate attorno a questioni sociali sono state accompagnate da saccheggi, vetrine infrante e attività commerciali danneggiate. Non si tratta di confondere tutti i manifestanti con chi commette atti violenti, né di ignorare le ragioni del malcontento. Si tratta di porre una domanda semplice, ma fondamentale: quando la protesta smette di chiedere un cambiamento e comincia a distruggere ciò che incontra, quale obiettivo sta realmente perseguendo?
Dietro una vetrina rotta c'è una vita reale
Immaginiamo il proprietario di un piccolo bar che apre ogni mattina, paga l'affitto, affronta le bollette, acquista le merci e cerca di mantenere in piedi la propria attività. Oppure pensiamo a una famiglia che ha investito i risparmi di una vita in un negozio, assumendosi debiti e responsabilità nella speranza di costruire un futuro più sicuro. Per chi passa davanti a una vetrina e la spacca, quel gesto può durare pochi secondi; per chi lo subisce, le conseguenze possono protrarsi per mesi. Ci sono le riparazioni, la merce rubata, le giornate di lavoro perse, le spese impreviste e la paura che tutto possa accadere di nuovo. Non tutte le attività commerciali hanno le stesse risorse, le stesse assicurazioni o la possibilità di assorbire una perdita. E anche quando il danno viene risarcito, il tempo, la serenità e il senso di sicurezza non si recuperano automaticamente. È per questo che parlare di devastazione non significa difendere ogni proprietario, ogni impresa o ogni forma di ricchezza. Significa riconoscere che dietro un'attività commerciale ci sono persone concrete, lavoratori, famiglie e spesso anni di sacrifici. Se una ribellione pretende di parlare in nome del popolo, dovrebbe almeno interrogarsi sul motivo per cui finisce per colpire anche chi vive del proprio lavoro.
«La violenza può distruggere il potere; è assolutamente incapace di crearlo.»
Ma quale potere stai combattendo davvero?
È qui che la parola rivoluzione rischia di diventare un alibi. Rompere una vetrina, saccheggiare un negozio o incendiare un bene pubblico non dimostra, da solo, di aver compreso le cause di un'ingiustizia. La rabbia può essere sincera, ma la sincerità non garantisce che le proprie azioni siano efficaci, giuste o coerenti con gli obiettivi dichiarati. Distruggere un'attività di quartiere non riduce automaticamente le disuguaglianze, non aumenta gli stipendi e non rende più accessibili i servizi essenziali. Può invece lasciare un lavoratore senza entrate, costringere un commerciante a chiudere o trasferire sulla collettività il costo dei danni. Questo non significa che ogni conseguenza negativa favorisca necessariamente un potere nascosto, né che dietro ogni disordine esista un regista. Significa, più semplicemente, che una protesta deve essere valutata anche per i risultati che produce, non soltanto per le intenzioni che proclama. Se chi si dichiara nemico del sistema finisce per danneggiare persone che hanno poche risorse per difendersi, la domanda resta aperta: chi viene davvero messo in difficoltà? Chi prende le decisioni e dispone del potere economico, oppure chi cerca soltanto di mandare avanti la propria vita? Una ribellione che non si pone queste domande rischia di scambiare la distruzione per emancipazione e il rumore per cambiamento.
La vera ribellione comincia dalla consapevolezza
Condannare i saccheggi non significa chiedere ai giovani di accettare passivamente una società che considerano ingiusta. Al contrario, significa prendere sul serio le loro rivendicazioni e chiedere loro di renderle più forti, più chiare e più capaci di produrre risultati. Una protesta può denunciare salari insufficienti, precarietà, disuguaglianze e mancanza di prospettive; può organizzarsi, documentare i problemi, mobilitare le comunità e pretendere risposte da chi governa. La violenza, invece, rischia di spostare l'attenzione dalle ragioni iniziali alle immagini dei disordini, lasciando sullo sfondo le questioni che avevano portato le persone in piazza. È proprio qui che ritorna il tema del Servo buffone: chi crede di combattere il potere dovrebbe chiedersi se le proprie azioni lo stiano davvero mettendo in discussione oppure stiano danneggiando la stessa comunità in nome della quale dichiara di agire. Non basta definirsi ribelli, così come non basta sentirsi dalla parte giusta. Bisogna capire che cosa si vuole cambiare, chi viene colpito dalle proprie scelte e quale alternativa si intende costruire.
Se distruggi il negozio di una persona comune, danneggi il suo lavoro e metti a rischio il sostentamento della sua famiglia, quale potere stai combattendo davvero? E chi finisce per pagare il prezzo della tua presunta ribellione?
Una società più giusta non nasce dal silenzio imposto a chi protesta, ma neppure dalla devastazione subita da chi non c'entra con le ragioni della protesta. Nasce dalla capacità di affrontare le ingiustizie senza perdere di vista la dignità delle persone. Perché la vera rivoluzione non è lasciare macerie dietro di sé: è costruire un cambiamento che migliori la vita di chi, fino a quel momento, non aveva abbastanza voce per farsi ascoltare.
«Una rivolta è, in fondo, il linguaggio di chi non viene ascoltato.»
Martin Luther King Jr. — Where Do We Go from Here: Chaos or Community?
CONTROBATTERE
Riflessioni oltre il pensiero comune
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