NON DECIDERE PRIMA DELL’ESPERIMENTO
Quando una pratica non chiede di essere creduta, ma sperimentata
«Il primo principio è che non devi ingannare te stesso — e sei la persona più facile da ingannare.»
— Richard P. Feynman, Surely You're Joking, Mr. Feynman!
Siamo talmente abituati a pensare alla religione attraverso le categorie costruite dal monoteismo che spesso finiamo per applicarle anche a tradizioni nate in contesti completamente differenti. Vediamo una divinità indiana e la chiamiamo “dio”, attribuendo però a quella parola il significato che abbiamo imparato attraverso il cristianesimo; entriamo in un tempio e lo interpretiamo come se fosse l’equivalente di una chiesa; incontriamo un racconto sacro e la prima domanda che ci poniamo è se ciò che racconta sia vero oppure falso. È un modo comprensibile di procedere, perché utilizziamo inevitabilmente le categorie culturali che possediamo, ma proprio per questo rischiamo di riconoscere noi stessi anche quando abbiamo davanti qualcosa che funziona secondo una logica diversa.
Le religioni monoteiste hanno costruito gran parte del rapporto con il sacro attraverso rivelazioni, credenze, precetti, appartenenze e interpretazioni dottrinali. Questo non significa che tali elementi esauriscano il monoteismo, né che siano assenti dalle tradizioni indiane; significa piuttosto che non possiamo assumere automaticamente quelle categorie come una chiave universale. In alcune tradizioni dell’India una divinità può appartenere contemporaneamente a un sistema mitologico, simbolico, filosofico e rituale, mentre un racconto può avere una funzione che non consiste soltanto nel comunicare qualcosa da credere. Può diventare anche la cornice attraverso cui viene trasmessa un’esperienza da compiere.
«È indesiderabile credere vera una proposizione quando non c'è alcun fondamento per supporre che sia realmente vera.»
— Bertrand Russell, Saggi scettici
Il Vigyana Bhairava Tantra è particolarmente interessante proprio per questo. Nel dialogo tra Shiva e Devi non troviamo soltanto affermazioni sulla natura dell’esistenza, ma una successione di pratiche che coinvolgono elementi estremamente concreti dell’esperienza umana: il respiro, gli intervalli tra le sue fasi, i sensi, le percezioni, il suono, lo spazio, l’immobilità, l’attenzione. A quel punto il rapporto con il testo cambia. Non siamo necessariamente davanti a qualcuno che ci sta chiedendo: “Credi che le cose stiano così”. Siamo anche davanti a istruzioni che, almeno nelle intenzioni della tradizione che le propone, possono essere eseguite. Ed è proprio quando compare una procedura che la contrapposizione immediata tra credere e non credere comincia a diventare insufficiente.
Di fronte a una tecnica siamo infatti portati a domandare immediatamente a che cosa serva. Può eliminare l’ansia? Può risolvere una paura? Può aumentare l’autostima? Può farci superare un determinato limite? Sono domande legittime, ma arrivano già un passo dopo. Prima ne esiste una molto più elementare: che cosa bisogna fare esattamente? Se una pratica prescrive una determinata operazione sul respiro, sull’attenzione o sulla percezione, il primo problema consiste nel comprenderla ed eseguirla correttamente. Solo allora possiamo osservare ciò che effettivamente produce, invece di stabilire anticipatamente ciò che dovrebbe produrre.
«I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche.»
— Immanuel Kant, Critica della ragion pura
La differenza diventa evidente pensando a qualcosa di molto più familiare. Immaginiamo una persona che non abbia mai suonato la chitarra e voglia imparare un accordo. Quella persona potrebbe essere timida, insicura, attraversare un periodo difficile, avere problemi sentimentali o convivere con mille altre complicazioni. Tutto questo appartiene alla sua vita, ma non costituisce la tecnica necessaria per eseguire un Do maggiore. Per impararlo deve sapere dove mettere le dita, quali corde premere e quali suonare; poi deve provare, ascoltare il risultato, correggere eventualmente il gesto e ripeterlo. Trasformare immediatamente la domanda “come si esegue questo accordo?” nella domanda “quale problema psicologico ti impedisce di eseguirlo?” significherebbe confondere due piani differenti.
Lo stesso criterio può essere applicato, con le dovute differenze, a una pratica contemplativa. Se voglio sapere che cosa produce, prima devo evitare di riempirla delle mie aspettative. Se qualcuno mi dice che dovrebbe condurmi a una determinata esperienza e io comincio a immaginarla, desiderarla e cercarla, diventa molto più difficile distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che avevo già preparato mentalmente. L’aspettativa può diventare parte dell’esperimento senza che ce ne accorgiamo. Per questo trovo molto più interessante lasciare che l’ordine rimanga quello naturale: prima la tecnica, poi l’esperienza, quindi l’osservazione e soltanto alla fine l’interpretazione.
«L’esperienza è il nome che ciascuno dà ai propri errori.»
— Oscar Wilde, Il ventaglio di Lady Windermere, Atto III
È esattamente qui che una frase apparentemente modesta acquista un valore enorme: «Nella mia esperienza è stato così.» Non significa “quindi è così per tutti”, e non significa nemmeno “siccome l’ho sperimentato, conosco necessariamente la causa di ciò che è successo”. Significa qualcosa di molto più preciso: questo è ciò che ho vissuto. Posso descriverlo, posso tentare di riprodurlo, posso confrontarlo con altre esperienze e posso cercare di capire quali condizioni lo abbiano reso possibile. L’esperienza è un fatto per chi l’ha vissuta; la spiegazione dell’esperienza è invece un’ipotesi, e confondere queste due cose è uno dei modi più semplici per trasformare un’esperienza autentica in una convinzione indimostrata.
Il problema nasce proprio quando invertiamo l’ordine. Prima decidiamo che cosa deve essere vero, poi costruiamo aspettative coerenti con quella convinzione e infine interpretiamo ciò che accade come una sua conferma. A quel punto non stiamo più realmente mettendo alla prova un’idea: stiamo chiedendo all’esperienza di confermare una conclusione già raggiunta. E questo meccanismo non appartiene soltanto alla religione. Lo incontriamo nella politica, nelle relazioni, nella psicologia, nella medicina alternativa e persino nel modo in cui difendiamo quotidianamente le nostre opinioni. Quando la conclusione precede l’osservazione, ciò che chiamiamo ricerca rischia di diventare soltanto conferma.
«Vedi, ma non osservi. La distinzione è chiara.»
— Arthur Conan Doyle, Le avventure di Sherlock Holmes – Uno scandalo in Boemia
Per questo, davanti a una pratica proveniente da una tradizione antica, trovo poco interessanti entrambi gli estremi. Il primo consiste nell’attribuirle automaticamente un valore perché è antica, orientale o spirituale; il secondo nel liquidarla perché utilizza un linguaggio estraneo alle nostre categorie culturali. In entrambi i casi abbiamo già emesso la sentenza. Credente e detrattore possono sembrare agli antipodi, ma condividono lo stesso errore quando decidono prima dell’esperimento.
Esiste una posizione più scomoda, perché non offre immediatamente una certezza alla quale aggrapparsi. Non devo credere che Shiva possedesse una conoscenza infallibile della mente umana, ma non devo neppure stabilire in anticipo che una pratica sia priva di interesse perché proviene da un testo religioso. Se contiene una procedura concretamente eseguibile, posso cercare di comprenderla nel modo più fedele possibile, imparare a praticarla e osservare ciò che accade. A quel punto non avrò ancora dimostrato una cosmologia, una metafisica o una dottrina religiosa; avrò semplicemente acquisito un’esperienza sulla quale cominciare a ragionare.
«È un errore capitale formulare teorie prima di avere i dati. Si finisce insensibilmente per adattare i fatti alle teorie, invece delle teorie ai fatti.»
— Arthur Conan Doyle, Le avventure di Sherlock Holmes – Uno scandalo in Boemia
La sequenza, allora, diventa molto semplice: tecnica, esperienza, osservazione, interpretazione. Prima mi domando come si esegue correttamente. Poi la eseguo. Successivamente descrivo ciò che è accaduto senza pretendere che debba valere per chiunque. Infine provo a comprenderlo, mantenendo aperta anche la possibilità che la spiegazione iniziale fosse sbagliata.
Forse è proprio questo il punto in cui il pensiero critico smette di essere soltanto l’arte di contestare ciò che dicono gli altri e diventa qualcosa di più difficile: la disponibilità a non sapere in anticipo quale debba essere il risultato. Non credere prima, non negare prima, non spiegare prima. Quando esiste davvero qualcosa che può essere messo alla prova, la domanda iniziale può essere sorprendentemente semplice: «Come si fa?»
Soltanto dopo averlo fatto arriva quella che conta davvero:
«Che cosa è successo?»
«Il grande ostacolo alla scoperta non era l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza.»
— Daniel J. Boorstin, The Discoverers
CONTROBATTERE
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