QUANDO LA PERCEZIONE CAMBIA IL COMPORTAMENTO
Un amico mi ha raccontato un episodio che, a prima vista, potrebbe sembrare insignificante. Un giorno ha incontrato casualmente una sua vecchia fidanzata. Non era preparato a incontrarla e, nel momento in cui l'ha riconosciuta, si è accorto che qualcosa dentro di lui era cambiato.
Non sapeva più bene come comportarsi. Si è sentito impacciato e ha cominciato a fare attenzione a cose alle quali, in una situazione normale, probabilmente non avrebbe dato alcun peso. Doveva fermarsi? Continuare per la sua strada? Cambiare direzione? Dove mettersi? Come comportarsi se lei lo avesse visto? E mentre cercava di trovare la posizione e il comportamento giusti, la situazione diventava sempre più complicata.
Poi è arrivato qualcosa di ancora più curioso. Ha cominciato a preoccuparsi perfino delle persone che gli passavano intorno, come se la sua indecisione potesse creare loro un problema, come se stesse occupando troppo spazio, intralciando il passaggio o provocando qualche fastidio. Persone che, in realtà, non c'entravano assolutamente nulla con quell'incontro erano entrate improvvisamente dentro il suo modo di valutare la situazione.
Ed è proprio questo il particolare che mi ha colpito.
Non perché ci sia qualcosa di strano nel sentirsi emozionati incontrando una persona del passato. È umano. Quello che diventa interessante è osservare come una percezione possa modificare progressivamente il nostro comportamento, fino al punto in cui iniziamo a preoccuparci di cose che, pochi minuti prima, avremmo considerato del tutto normali.
QUANDO SMETTIAMO DI FARE LE COSE COME LE FACEVAMO UN ATTIMO PRIMA
Pensiamo spesso al comportamento come a qualcosa che decidiamo volontariamente: «Adesso faccio questo, poi faccio quello.» Ma non sempre funziona così.
A volte ci troviamo dentro una situazione e, senza accorgercene, iniziamo a controllarci. Come mi sto muovendo? Come appaio? Sto facendo la cosa giusta? Sto dando fastidio? Cosa penseranno gli altri?
Più domande arrivano, più diventa difficile fare semplicemente quello che stavamo facendo.
È un po' come quando, mentre stai camminando normalmente, qualcuno ti dice improvvisamente: «Stai camminando bene?». Fino a un attimo prima non ci pensavi minimamente. Da quel momento inizi a controllare i piedi, la postura, il ritmo. Quello che prima avveniva spontaneamente diventa improvvisamente qualcosa da sorvegliare.
Nel caso del mio amico, l'incontro con quella persona sembrava aver prodotto qualcosa di simile. Non aveva perso la capacità di decidere. Aveva perso, almeno per qualche momento, la semplicità con cui normalmente decideva.
«The curious paradox is that when I accept myself just as I am, then I can change.»
«Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso così come sono, allora posso cambiare.»
— Carl Rogers, On Becoming a Person (1961)
QUANDO IL MONDO INTORNO A NOI DIVENTA IMPROVVISAMENTE TROPPO IMPORTANTE
La parte più interessante della storia, però, è quella delle persone che passavano intorno a lui.
Nessuno gli aveva chiesto niente. Nessuno gli aveva detto che stava intralciando il traffico. Nessuno gli aveva affidato il compito di preoccuparsi del modo in cui gli altri stavano passando.
Eppure lui aveva iniziato a considerare anche quello.
Questo ci mostra quanto velocemente possa allargarsi una preoccupazione quando siamo già concentrati su noi stessi e sulla situazione che stiamo vivendo. Una piccola incertezza può generare un'altra domanda, poi un'altra ancora, fino a trasformare una situazione ordinaria in qualcosa che sembra richiedere una quantità enorme di attenzione.
Non è necessariamente cambiato il mondo intorno a noi. È cambiato il modo in cui lo stiamo guardando.
E quando cambia il nostro modo di guardare, può cambiare anche il nostro modo di muoverci dentro quel mondo.
LA PERCEZIONE NON È UNA TELECAMERA
Forse immaginiamo la percezione come una specie di telecamera: il mondo è lì, noi lo guardiamo e semplicemente registriamo quello che accade.
Ma nella vita quotidiana non funziona sempre in maniera così semplice.
Quando vediamo qualcuno che ha avuto un ruolo importante nella nostra vita, non vediamo soltanto una persona. Possiamo riconoscere una storia, ricordare una parte di noi stessi, anticipare possibili situazioni e cominciare a comportarci di conseguenza.
Non significa che tutto questo avvenga sempre e non significa nemmeno che possiamo sapere con certezza cosa stia accadendo nella mente di un'altra persona. Nel caso del mio amico possiamo soltanto partire da ciò che lui ha raccontato: si è sentito impacciato, ha iniziato a controllare il proprio comportamento e ha finito per preoccuparsi persino delle reazioni di persone estranee alla situazione.
È proprio questa esperienza concreta che merita di essere osservata.
«We are not disturbed by things, but by the views which we take of things.»
«Non sono le cose a turbarci, ma le opinioni che abbiamo delle cose.»
— Epitteto, Enchiridion
QUANDO CERCHIAMO DI CONTROLLARE TROPPO
Forse il paradosso è proprio questo: quando ci sentiamo impacciati, cerchiamo di recuperare il controllo controllando ancora di più.
Controlliamo dove metterci. Controlliamo cosa dire. Controlliamo come apparire. Controlliamo perfino ciò che potrebbero pensare persone che non stanno pensando affatto a noi.
E così il controllo, nato con l'intenzione di aiutarci, può finire per renderci ancora meno spontanei.
Non significa che dobbiamo smettere di prestare attenzione agli altri o comportarci senza considerazione. Significa distinguere tra una reale necessità di adattare il nostro comportamento e una preoccupazione che nasce soltanto perché siamo diventati eccessivamente concentrati sulla situazione.
È una differenza sottile, ma importante.
«The greatest weapon against stress is our ability to choose one thought over another.»
«La più grande risorsa contro lo stress è la nostra capacità di scegliere un pensiero invece di un altro.»
— William James, The Principles of Psychology
TORNARE A FARE SEMPLICEMENTE QUELLO CHE STAVAMO FACENDO
Forse, in situazioni come quella raccontata dal mio amico, non abbiamo sempre bisogno di trovare immediatamente la spiegazione perfetta.
Possiamo cominciare da qualcosa di molto più semplice.
Prima di vedere quella persona, cosa stavo facendo?
Questa domanda può riportarci a un punto concreto. Non alla storia che stiamo costruendo nella nostra testa, ma alla situazione reale nella quale eravamo un momento prima.
E magari ci accorgiamo che stavamo semplicemente camminando.
Non dovevamo risolvere nulla. Non dovevamo sistemare il comportamento di tutti quelli intorno a noi. Non dovevamo preoccuparci di ogni possibile interpretazione.
Eravamo semplicemente lì.
E forse è proprio questa la parte più interessante della storia del mio amico: non è necessario che una situazione sia realmente diventata complicata perché noi cominciamo a comportarci come se lo fosse.
A volte basta cambiare percezione.
E quando cambia la percezione, può cambiare il modo in cui occupiamo lo spazio, il modo in cui ci muoviamo, il modo in cui guardiamo gli altri e persino il modo in cui guardiamo noi stessi.
La domanda, allora, non è soltanto:
«Perché mi sono comportato così?»
Ma forse:
«Che cosa è cambiato nel modo in cui stavo percependo quella situazione?»
Perché qualche volta non perdiamo il controllo perché qualcuno ci sta controllando.
Lo perdiamo proprio mentre cerchiamo troppo intensamente di controllare noi stessi.
«The curious paradox is that when I accept myself just as I am, then I can change.»
«Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso così come sono, allora posso cambiare.»
— Carl Rogers, On Becoming a Person (1961)
CONTROBATTERE
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