LA CONSAPEVOLEZZA HA UN CORPO?

LA CONSAPEVOLEZZA HA UN CORPO?

«Corpo io sono in tutto e per tutto, e null'altro.»
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Parliamo continuamente di conoscere noi stessi. Ma se pensieri, emozioni e percezioni esistono attraverso un organismo vivente, perché quando parliamo di consapevolezza il corpo finisce così spesso in secondo piano?

Qualche tempo fa, visitando una mostra archeologica a Rimini, mi sono trovato davanti a diverse statue provenienti dal mondo pagano. Alcune portavano ancora i segni delle mutilazioni e degli sfregi subiti nel corso della loro storia. Eppure, osservandole, la mia attenzione continuava a tornare su un particolare molto più semplice: quei corpi.

Dei, eroi e figure idealizzate venivano rappresentati attraverso corpi forti, proporzionati, vitali. Non semplicemente belli secondo i nostri criteri contemporanei, ma corpi che sembravano partecipare pienamente all'identità della figura rappresentata. Il divino non aveva bisogno di liberarsi dalla materia per manifestarsi. Poteva avere spalle larghe, gambe forti, un torace sviluppato e un addome definito.

Pensiamo ad Asclepio. Il dio greco della medicina e della guarigione non viene generalmente raffigurato come un adolescente perfetto, ma come un uomo maturo e barbuto. Eppure conserva un corpo vigoroso. Sarebbe ingenuo prendere quella statua come una fotografia e concludere che i Greci pensassero che un medico dovesse avere gli addominali scolpiti. Una rappresentazione religiosa comunica attraverso simboli e ideali. Ma proprio per questo la scelta diventa interessante: quando una cultura deve dare forma alla salute, quale corpo decide di mostrarci?

«L'anima non è forse più del corpo, e il corpo non è più dell'anima.»
Walt Whitman, Foglie d'erba

Quella domanda mi è tornata in mente leggendo e ascoltando persone che oggi parlano continuamente di consapevolezza. Ci viene proposto di osservare il respiro, riconoscere i pensieri senza identificarci con essi, accorgerci delle emozioni, interrompere gli automatismi ed essere presenti a ciò che accade. Sono pratiche che possono essere interessanti e che vale la pena sperimentare prima di giudicare. Ma a un certo punto viene spontanea una domanda: dov'è finito il corpo?

Non il corpo utilizzato per qualche minuto come oggetto di meditazione. Parlo del corpo concreto della persona: quello che mangia, dorme, cammina, corre, solleva un peso, invecchia, perde forza, la recupera, prova piacere, si ammala e guarisce.

Se diventare più consapevoli significa conoscere meglio ciò che siamo, perché il corpo dovrebbe essere l'unica parte di noi che possiamo permetterci di conoscere meno?

«Orandum est ut sit mens sana in corpore sano.»
Bisogna pregare affinché vi sia una mente sana in un corpo sano.
Giovenale, Satire, X

La questione diventa ancora più interessante quando abbandoniamo per un momento il linguaggio spirituale. La mente umana che conosciamo non si manifesta indipendentemente dall'organismo. Pensiero, memoria, emozione, percezione e coscienza dipendono profondamente dall'attività cerebrale e corporea. Sonno, dolore, ormoni, attività fisica, malattia e moltissime altre condizioni biologiche possono modificare ciò che chiamiamo stato mentale.

La mente, quindi, non è semplicemente un inquilino che abita temporaneamente un corpo. Il corpo partecipa continuamente a ciò che chiamiamo mente.

Ed è proprio per questo che trovo curioso un certo modo contemporaneo di parlare di consapevolezza: sembra talvolta che conoscere se stessi significhi soprattutto osservare ciò che accade “dentro”, mentre il corpo concreto attraverso il quale quell'esperienza avviene diventa quasi secondario.

Ma perché dovrebbe esserlo?

Ascoltare il corpo non significa obbedire a qualsiasi impulso. Posso avere fame senza che qualsiasi alimento mi faccia bene; posso desiderare di rimanere fermo proprio quando muovermi sarebbe utile. Prendersi cura del corpo significa conoscerne esigenze, capacità e limiti, non diventarne schiavi.

E proprio qui quelle antiche statue continuano a suggerirmi una domanda. Non perché dovremmo assomigliare ad Apollo o ad Asclepio, ma perché mostrano che almeno in certe rappresentazioni del mondo antico forza fisica, proporzione, salute e dimensione spirituale non avevano necessariamente bisogno di essere nemiche.

Forse allora abbiamo posto male il problema. Il contrario dell'ossessione per il corpo non è trascurarlo. Possiamo essere ossessionati dal nostro aspetto, ma possiamo anche comportarci come se il corpo fosse soltanto un involucro che ci trasporta da qualche parte.

Fra questi due estremi esiste una possibilità molto più interessante: abitare consapevolmente il proprio corpo.

«La mente esiste per il corpo.»
Antonio Damasio, L'errore di Cartesio

Ed è qui che nasce la domanda successiva. Perché, una volta che mi sono accorto di ciò che accade dentro di me, non basta più chiedermi che cosa vedo.

Bisogna chiedermi anche:

che cosa cambia nel modo in cui vivo?

Continua nel secondo articolo: La consapevolezza che non cambia nulla.

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