LA CONSAPEVOLEZZA CHE NON CAMBIA NULLA

LA CONSAPEVOLEZZA CHE NON CAMBIA NULLA

Possiamo diventare bravissimi a osservare pensieri, emozioni e automatismi. Ma se quella consapevolezza non entra mai nelle nostre scelte, che cosa abbiamo realmente imparato?

«La mia esperienza è ciò a cui scelgo di prestare attenzione.»
William James, Principles of Psychology

Nel primo articolo siamo partiti da una domanda apparentemente semplice: la consapevolezza ha un corpo? Abbiamo osservato quanto sia strano parlare continuamente di conoscenza di sé separando poi quella conoscenza dall'organismo attraverso il quale pensiamo, percepiamo e viviamo.

Ma quella domanda ne apre immediatamente un'altra, forse ancora più scomoda.

A che cosa serve diventare consapevoli?

Immaginiamo una persona che per vent'anni diventi sempre più capace di osservare se stessa. Riconosce un pensiero appena compare, sente perfettamente il proprio respiro, percepisce le tensioni corporee, identifica le proprie emozioni e sa interrompere per qualche istante una reazione automatica.

Ma continua a vivere esattamente nello stesso modo.

A quel punto credo sia legittimo domandarsi: che cosa ha prodotto quella consapevolezza?

«Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l'oscurità.»
Carl Gustav Jung, Aion

Non significa che diventare consapevoli debba necessariamente renderci magri, atletici, ricchi, felici o socialmente vincenti. Sarebbe semplicemente sostituire una retorica spirituale con una retorica della prestazione.

Il problema è diverso.

Se essere consapevoli significa vedere con maggiore chiarezza ciò che facciamo, prima o poi quella chiarezza dovrebbe poter entrare anche nelle nostre decisioni.

Se mi accorgo dei miei automatismi alimentari, posso decidere che cosa farne. Se divento consapevole della mia sedentarietà, posso interrogarmi sul movimento. Se riconosco continuamente una reazione emotiva, posso osservare se voglio continuare a comportarmi nello stesso modo. Se comprendo che determinate abitudini stanno deteriorando qualcosa che considero importante, quella comprensione mi mette davanti a una scelta.

La consapevolezza, altrimenti, rischia di trasformarsi in una sofisticata attività di osservazione: vedo perfettamente ciò che faccio, comprendo perfettamente perché lo faccio e continuo tranquillamente a farlo.

Ed è qui che il corpo diventa soltanto uno dei possibili luoghi di verifica. Non l'unico.

Posso parlare di presenza e poi essere incapace di ascoltare qualcuno. Posso parlare di non identificazione con l'ego e non sopportare una critica. Posso insegnare il distacco e dipendere continuamente dall'approvazione degli altri. Posso parlare di equilibrio e costruire una vita completamente squilibrata.

La domanda, quindi, non è se una persona sembri consapevole.

La domanda è molto più difficile:

che cosa produce quella consapevolezza quando incontra la vita reale?

«Ogni esperienza vive nelle esperienze successive.»
John Dewey, Experience and Education

Personalmente ho sperimentato qualcosa che mi ha fatto riflettere proprio su questo rapporto. In un momento nel quale ho percepito con particolare intensità una sensazione che descriverei come essere a casa dentro di me, insieme alla quiete è comparso un forte impulso ad allenarmi.

Non posso trasformare quell'esperienza in una regola per gli altri. Sarebbe esattamente il contrario di ciò che sostengo. Ma posso interrogarmi sul suo significato per me: sentirmi maggiormente presente non mi aveva portato a dimenticare il corpo. Me lo aveva fatto sentire maggiormente come mio.

Forse il corpo non è qualcosa che ci impedisce di tornare a casa. Forse è una parte della casa.

Da questo punto di vista allenarsi, alimentarsi con attenzione, dormire adeguatamente o prendersi cura del proprio aspetto non devono necessariamente essere manifestazioni di narcisismo. Dipende dal rapporto che abbiamo con quelle azioni. Possiamo allenarci perché odiamo il nostro corpo oppure perché vogliamo conservarne le capacità. Possiamo curare il nostro aspetto perché dipendiamo dall'approvazione altrui oppure perché ci piace prenderci cura di noi.

La stessa azione può nascere da motivazioni completamente differenti.

E allora la consapevolezza potrebbe servire proprio a questo: non a stabilire dall'esterno come dovremmo vivere, ma a renderci maggiormente presenti alle ragioni per cui viviamo come viviamo e alle conseguenze delle nostre scelte.

A quel punto non abbiamo bisogno di un modello universale di persona consapevole. Non dobbiamo diventare tutti atleti, asceti, meditatori o filosofi. Ma diventa difficile sostenere che una maggiore conoscenza di sé non debba mai lasciare alcuna traccia nel modo in cui viviamo.

Perché conoscere qualcosa significa anche poterci rapportare diversamente a quella cosa.

E forse la domanda conclusiva non dovrebbe essere:

«Quanto sono consapevole?»

ma:

«Da quando vedo meglio ciò che faccio, che cosa faccio diversamente?»

«L'esperienza non è ciò che accade a un uomo; è ciò che un uomo fa con ciò che gli accade.»
Aldous Huxley, Texts and Pretexts

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