Non solo nelle istituzioni, ma anche nei messaggi che decidiamo di diffondere ogni giorno.
Chi costruisce davvero la cultura di un Paese?

Ogni volta che qualcosa non funziona, il dibattito pubblico sembra seguire sempre lo stesso copione. C'è chi accusa i politici di incompetenza, chi punta il dito contro i giornalisti, chi attribuisce ogni responsabilità alla scuola, ai social network o ai media. Cambiano i protagonisti, ma il meccanismo rimane sorprendentemente simile.

È una reazione comprensibile. Cercare un responsabile è spesso più semplice che interrogarsi sul processo che ha portato a quel risultato. Eppure proprio qui nasce una domanda che merita attenzione.

Una società è davvero soltanto il prodotto di chi la governa oppure è anche il riflesso delle idee che, nel tempo, ha scelto di premiare, diffondere e imitare?

Oltre il bersaglio più evidente

Quando un Paese attraversa difficoltà economiche, sociali o culturali, è naturale concentrare lo sguardo sulle figure più visibili. I parlamentari approvano le leggi, i giornalisti raccontano l'attualità, gli imprenditori influenzano il mercato e gli insegnanti formano le nuove generazioni.

Ma la cultura di una società non nasce esclusivamente nelle istituzioni.

Ogni giorno prende forma attraverso migliaia di libri, programmi televisivi, podcast, corsi di formazione, video sui social, conferenze, articoli e conversazioni quotidiane. Ognuno di questi strumenti contribuisce, nel tempo, a suggerire che cosa sia desiderabile, che cosa significhi avere successo e quali comportamenti meritino di essere imitati.

Per questo motivo la domanda non riguarda soltanto chi governa.

Riguarda anche chi comunica.

Un'ipotesi da mettere alla prova

Immaginiamo questa ipotesi.

Se per molti anni una società investisse soprattutto in messaggi che esaltano il successo individuale, la performance, la ricchezza, la persuasione e la competizione, dedicando invece meno attenzione al pensiero critico, alla verifica delle idee e alla partecipazione civica, quale tipo di cultura sarebbe più probabile osservare?

Questa non è una conclusione.

È un'ipotesi.

Ed è proprio questa differenza che cambia il modo di ragionare.

Quali conseguenze dovremmo osservare?

Se questa ipotesi fosse corretta, quali effetti dovrebbero emergere nel tempo?

Potremmo osservare un dibattito pubblico sempre più dominato dagli slogan e sempre meno interessato ai ragionamenti. Potremmo vedere persone molto preparate a convincere gli altri, ma meno abituate a mettere in discussione le proprie convinzioni. Potremmo assistere alla ricerca continua del leader capace di risolvere ogni problema con una frase semplice, mentre le questioni più complesse verrebbero ridotte a contrapposizioni tra buoni e cattivi.

Naturalmente queste non sono prove.

Sono conseguenze osservabili che derivano da un'ipotesi.

Ed è proprio la realtà, nel tempo, a poterle confermare oppure smentire.

"Chi conosce soltanto il proprio lato della questione, conosce ben poco di essa."
John Stuart Mill – On Liberty

Anche chi critica contribuisce a costruire

C'è un aspetto che raramente entra nel dibattito.

Molte persone descrivono il declino della società come se ne fossero completamente esterne. Criticano i cittadini, i politici, i media, gli insegnanti o le nuove generazioni, dimenticando che anche loro, attraverso il proprio lavoro, diffondono ogni giorno idee, valori e modelli di comportamento.

Chi scrive un libro educa.

Chi tiene un corso educa.

Chi pubblica un video educa.

Chi conduce una trasmissione educa.

Persino chi condivide un contenuto sui social contribuisce, nel suo piccolo, a rafforzare un certo modo di interpretare la realtà.

La domanda allora cambia ancora.

È possibile criticare la cultura di un Paese senza domandarsi quale contributo abbiamo dato noi stessi alla sua costruzione?

Le idee costruiscono ambienti

La cultura non nasce in un giorno.

È il risultato di milioni di piccoli messaggi che, ripetuti nel tempo, finiscono per sembrare normali.

Ogni volta che premiamo una semplificazione invece di un ragionamento, ogni volta che preferiamo uno slogan a una domanda, ogni volta che cerchiamo conferme invece di verifiche, stiamo partecipando, anche inconsapevolmente, alla costruzione dell'ambiente culturale in cui viviamo.

Per questo motivo la responsabilità non appartiene soltanto a chi occupa una carica pubblica.

Appartiene anche a chi forma opinioni.

"Tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili."
George E. P. Box – Empirical Model-Building and Response Surfaces

Forse la domanda è un'altra

Ogni società produce i propri rappresentanti.

Ma quei rappresentanti crescono dentro una cultura che, a sua volta, è stata costruita da milioni di persone: insegnanti, genitori, giornalisti, artisti, imprenditori, formatori, autori e cittadini comuni.

Per questo motivo, prima di domandarci chi sia il responsabile del declino di un Paese, potrebbe essere utile fermarsi un momento.

Quali idee abbiamo contribuito a diffondere negli ultimi venti o trent'anni?

E soprattutto...

Se tutti contribuiamo, in misura diversa, a costruire la cultura di una società, quanto possiamo considerarci davvero spettatori e quanto, invece, ne siamo anche autori?


CONTROBATTERE
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